—Ah, Fulvia, io non so se potrò mai dimenticare questo terribile momento della mia vita, non so se potrò mai un giorno perdonartelo... Per ora, addio!—E, così dicendo, si rivolse sdegnato per uscire.
Fulvia l’aveva ascoltato, senza muoversi, gli occhi bassi verso il suolo, il seno agitato da un anelito profondo e frequente. Pallida dalla commozione, ella bevve le sue frasi più che non le udì: erano ben le discolpe aspettate, agognate, volute dall’anima sua quelle che Paolo proclamava così nella notte propizia! Ah, quel dubbio nefasto, insinuato in lei da una lettera d’ignoto, nudrito poi nel cervello per due anni,—che l’amore non aveva potuto estirpare dalle radici, che la bocca non aveva mai osato proferire!... Finalmente era distrutto, rinnegato, gittato nell’abisso tenebroso, ond’era uscito! Come, come ella avrebbe potuto ancora dubitare, se Paolo affermava ciò ch’ella proprio desiderava?
—Férmati!—gridò, stendendo le mani verso l’amato, come implorando.
Egli s’arrestò; si volse; la vide, e comprese tutto. Ella gli andò incontro con gli occhi pieni di luce e le braccia aperte.
—Ah! Paolo mio, come il mondo è malvagio,—mormorò appassionatamente; e gli prese i polsi, e si diede a baciargli le dita a lungo, prona, curva d’avanti a lui, come volesse, ella orgogliosa, con quell’atto umiliante farsi perdonare tutti i torti che sentiva d’avere accumulati verso di lui in quei due anni di sospetto e di silenzio.
Poi, vinta e felice, gli cadde, trasfigurata dalla gioja, tra le braccia.