VI.

Quando Paolo Érmoli uscì dalla camera di sua moglie, albeggiava. Le ombre fosche della notte si rifugiavano nelle valli e nei cespugli, e un albore alabastrino si diffondeva lentamente sul cielo, dove resisteva ancora, ad occidente, il palpito lieve di qualche stella solitaria. A levante, sopra i monti, si distendevan delle bende diafane a lunghe striscie del color di cenere sparsa, che si dissolvevano sbrandellandosi nel chiarore invadente.

L’acqua metallica del lago pareva una deforme lama d’acciajo, caduta da una mano gigantesca, che si fosse, per l’enorme peso, infossata nelle montuosità circostanti.

Una gran pace signoreggiava quell’alba d’aprile: una gran pace vegetale, drappeggiata di verde e profumata d’intense e squisite fragranze. L’Uomo dormiva ancora inconscio in quel silenzio luminoso, poiché non ancora un accenno di vita attiva interrompeva l’immobilità pittoresca del paesaggio: la luce soltanto cresceva, rapida e smorta, cresceva sempre, invadendo le convalli tenebrose, disperdendo le ombre notturne, scivolando per le pendici, ravvivando ogni colore.

Paolo si recò alla finestra della sua camera per refrigerare un po’ la fronte accesa: egli era stanco e languido per la rabbiosa notte d’amore successa al dramatico diverbio. Egli aveva posseduta la donna desiderata con tutto il trasporto della sua forte giovinezza, e pure sentiva un’intima insodisfazione, una sgradevole oppressione d’animo, che gli annunziavan come il piacere, che s’era ripromesso, non fosse stato precisamente quello che aveva sentito.

In verità, egli aveva passato alcune ore sublimi, ma egli non altro riusciva a pensare se non ch’esse erano trascorse irrimediabilmente mentre le assaporava.

La brezza del mattino lo ravvivò alquanto: quel sottile odore che si sprigiona, quasi l’estremo sospiro della notte moribonda, prima della levata del sole, sottile odore così gravido di ricordi per chi l’à aspirato una sola volta in una memorabile condizion d’animo, venne in buon punto a spronargli la fantasia come ai tempi della sua battagliera adolescenza.

A poco a poco, dopo aver ordinatamente peregrinato per il passato lontano, egli riprese il filo de’ suoi pensieri ambiziosi. “Anche questa volta sono stato forte! Era l’occasione di cadere, di tradirmi, di lasciarmi sopraffare da’ miei sentimenti, ed ò vinto, ò vinto ancora! Sansone abbandonò nelle mani di Dalila la sua testa e la sua forza, e si lasciò tagliar da lei le chiome poderose... La donna è sempre stata la grande uguagliatrice degli uomini! Anche Fulvia poteva esser tale per me, ma io, al contrario, ò saputo strappare a lei la forza insieme con quel sospetto, che poteva essere la mia rovina.„

Sorrise di compiacenza a questo grandioso confronto, a lui favorevole. Il paesaggio si animava: una vela era apparsa su l’acqua, qualche contadino, vestito a festa, passava imbronciato e triste su la via maestra: le campane di Pasqua risonavano da ogni parte; un romor sordo di carrozze e di carri saliva cupamente da Como. Sul cielo s’era disteso un tenerissimo vapor di rosa, come un drappo nuziale, e una luce calda penetrava omai l’acuta valle del Lario, rifrangendosi su la superficie appena crespata del lago in una confusa iridescenza di tinte vivaci.

Paolo percorse con l’occhio, un po’ attonito, la ricca architettura della sua villa; poi il folto del giardino, ombreggiato da rare e splendide piante: e poi la strada su cui passavano le malinconiche figure dei lavoratori, di codesti schiavi della civiltà moderna, ai quali è concessa la sola libertà di morir di fame. Si recavano a pregare e a magnificare il loro Dio spietato! Paolo non li compianse: parvero a lui gli umili, i vinti, i predestinati al sacrificio. Quella vista gli accarezzò anzi lo spirito gonfio d’orgoglio: egli pensò alla sua indipendenza assoluta, alla sua ricchezza onnipossente, alla sua donna, e gli sovvennero alcune parole dello Schopenhauer: “Alla sola condizione d’esser ricchi, si è realmente sui juris; padroni del proprio tempo e delle proprie forze, sicuri di poter dire ogni mattina: la giornata mi appartiene.„