Ed egli, alteramente, mentre il sole dorava del suo primo raggio le creste dei monti, ne ripeté l’ultima frase a voce alta: poi, accapponato per il freddo mattutino, rinchiuse la finestra, calò le tende opache, e nella spensierata e fittizia esultanza de’ suoi pensieri lusingatori, andò a gittarsi voluttuosamente sul gran letto prezioso.
Un’ultima parola illuminò ancora il pensiero di Paolo Érmoli prima di perdere affatto la conscienza nel sonno: “Vincitore!... Vincitore!...„ E tosto la tenebra lo avvolse.
VII.
Paolo si svegliò di soprassalto, turbato da un sogno.—Il giorno non era ancora alto. Egli aveva dormito soltanto due ore, ma in quelle due ore quante imagini eran sorte nella sua mente, che turbinio di fantasmi aveva popolato il suo riposo!
Egli guardò l’ora, si stupì d’aver dormito così poco: quindi si levò a sedere sul letto, e volle ricercare nella memoria l’ordine del sogno fatto, la ragione del risveglio subitaneo e precoce. Solamente dei lembi dispersi di sogno poteva ricostruire, dei brani incoerenti, delle visioni fugaci senza alcun addentellato con altre visioni. Ricordava d’aver parlato amichevolmente con Diego, che rideva di quel suo riso aperto e buono, così noto a lui; ricordava d’aver visto tra una folla d’estranei o di dimenticati l’Albenza, il Maddaloni, la sua prima amante,—una giovinetta povera, che avea sedotta e tradita—, sopra tutto il Rinaldi del Progresso, che con insistenza l’aveva fissato senza salutarlo; ricordava d’essersi smarrito in un appartamento sconosciuto, pieno d’ombra e di mistero, e d’aver provato un senso di invincibile terrore; ricordava infine (e questo ricordo era il più lucido e il più inquietante) d’essersi trovato insieme alla sua povera madre, che gli diceva con la voce angosciata, guardandolo severamente:
—Ah, Paolo, Paolo! E come ài potuto far questo?—le identiche parole con l’accento medesimo ch’egli aveva già sentite pronunciar da lei molti anni prima, quando per pagare una donna le aveva rubato del denaro dal cassettone.