La memoria del fallo antico, rievocata, dal sogno turbò profondamente lo spirito di Paolo Érmoli. Parvegli di vedere in quel lieve crimine perpetrato nell’orbita familiare il primo sintomo d’una delinquenza abjetta e grigia innata in lui, parvegli di riconoscere nel giovinetto ladro la larva di sé stesso, l’embrione profetico del vanitoso Trionfatore presente. Uno scontento senza fine, come una nausea morale s’impadronì di lui. Tutte le sue teorie ribelli, che lo avevan fino allora giustificato e inorgoglito, caddero in un colpo: il suo delitto, le sue dissimulazioni, le sue stesse conquiste perdettero ogni virtù e ogni luce, precipitarono nelle tenebre dell’inconsciente, nel fango d’una bassa perversità. Egli si sentì ad un tratto mentitore volgare, assassino volgare, volgare usurpatore di ricchezze altrui. Non era dunque possibile ch’ei fosse veramente un qualunque criminale illuso nel giudizio di sé medesimo da una malsana vanità? E che diritto aveva egli per distinguersi da tutti gli altri, per sottrarsi fuor dalla folla vile di coloro, i quali al par di lui infrangevano bestialmente le leggi a loro egoistico profitto? Forse perché aveva egli ragionato il suo crimine? Forse perché aveva negato ogni principio di Bene o di Male? O perché s’era abilmente costrutto un sistema di sofismi ingegnosi a base d’una scienza incerta e ambigua, con la scorta dei quali poteva assolversi da ogni colpa? O in fine, perché era rimasto impunito, e anzi, meglio, remunerato?—Che valore avevan dunque le giustificazioni logiche e i resultati materiali per stabilire il carattere morale d’un fatto?
“Non esiste una legge morale in Natura„ disse l’Érmoli, per rispondere alla domanda importuna. “L’Etica come la Religione non sono altro che gioghi ferrei imposti dai forti su le groppe dei fiacchi e dei timidi per tenerli sotto; le azioni degli esseri viventi non sono per sé stesse né buone né malvage; sono bensì utili o inutili secondo che servono o meno a chi le à compiute. L’importante è adunque ch’esse siano utili, che rispondano all’intento e allo scopo che le à mosse. Quando poi sono utili, esse ànno la loro ragion d’essere, e tanto basta. Discuterle è vano; deplorarle, è sciocco; rinnegarle è da ingrato o da femmina bigotta!„
Alzò le spalle stizzosamente: rimase poi immobile con gli occhi fissi nel vuoto, un po’ inclinato in avanti, appoggiato coi gomiti su i guanciali. Livido, sformato dalla stanchezza e dal disgusto, egli sembrava così in aspettazione d’un agguato, attento al più piccolo romore, stuzzicato dall’ansietà nelle più intime fibre.
“Oh Paolo, Paolo! E come ài potuto far questo?„ ripeté ancora la voce interna, come nel sogno,—la voce angosciosa, che ricordava quella già udita molti anni addietro. Paolo pensò, rabbrividendo: “Dio, se potesse giudicarmi oggi mia madre! Con quali disperate parole e con che tragico sguardo lo farebbe? E come oserei io d’affrontare il suo sguardo, di sopportare le sue parole?!„
L’ipotesi gli s’impose. Nella semioscurità della stanza l’imagine materna si venne a poco a poco disegnando, com’egli la riserbava dall’ultimo anno di sua vita: bianca, curva, pallida e scarna, ma con due occhi d’una inesprimibile vivezza, purissimi, freschi, simili agli occhi d’una fanciulla. E questa imagine, efficace come un’allucinazione, parve proferire di nuovo il desolato rimprovero: “Oh Paolo, Paolo! E come ài potuto far questo?„ Era la voce della conscienza morale che con occulta astuzia rivestiva quelle forme venerate per infondergli rispetto e paura? O era semplicemente il residuo ingannevole del sogno, che agiva sul suo cervello sonnolento come una suggestione? Certo è che quella visione ideale o meglio quell’ipotesi figurata ebbe su Paolo Érmoli potere inatteso e formidabile. Un subitaneo schianto di tenerezza per la madre morta, di dolore per le sofferenze che le aveva inflitte, di rimorso per quelle assai più crude che avrebbe potuto infliggerle nell’ora presente, lo investì tutto, come un soffio di bufera. Egli piegò sotto l’urto. Il rigoglioso fogliame della sua sapienza e della sua vanità andò miseramente divelto, si disperse per l’aria, quasi oscurando il sole. E soltanto lo scheletro della sua profonda infelicità rimase ritto, fermo, infrangibile nell’ombra; allampanato e nudo come l’asta d’un pioppo devastato dal verno.
Che gli valeva tutta l’opera sua? Che miserrimo bene s’era dunque conquistato, se bastava un fantasma a rigettarlo nella sua antica desolazione? Perché aveva lottato? Perché aveva rinnegato ogni senso di bontà e di giustizia? Perché aveva ucciso? Ahi non per altro che per possedere un tesoro affatto inutile, per irridere con un miraggio illusorio alla sua sete inestinguibile di felicità! E non mai, come oggi, la Felicità gli era apparsa così lontana, così alta nel mondo dei sogni, così inafferrabile per il suo braccio minuscolo o tremante!
“È forse questa tenebra che m’infonde tanta mestizia?„ si domandò ad un tratto Paolo Érmoli.
Di fatti la camera, per le imposte chiuse, era perfettamente oscura. Sol qualche filo sottilissimo di luce sfuggiva dalle connessure e si perdeva nell’ombra interna.
Egli discese dal letto, e a piedi scalzi si recò ad aprir le imposte. La luce fece impeto nella stanza. Ogni cosa comparve ed avvampò in quell’inondazione di sole primaverile. Paolo dovette alzare per poco le mani d’avanti agli occhi, abbacinato come fu dall’improvviso passaggio dall’oscurità alla luce piena.
Spalancò anche le vetrate. Su la strada i contadini, reduci dalla Messa e dall’osteria, ritornavano verso casa a crocchî di tre, di quattro insieme, tenendosi stretti a braccio a braccio, ridendo, scherzando ruvidamente tra loro, alcuni cantando a mezza voce le canzoni tradizionali dei coscritti. Di là della strada nello spiazzo degli olmi prossimo al lago, una comitiva numerosa giocava alle bocce sollevando un chiasso enorme; scintillavano su una tavola, all’ombra degli alberi, le bottiglie e i bicchieri colmi del buon vino oblioso—la posta del giuoco.