Da quella folla d’uomini meschini, d’umili diseredati, una grande festività, un soffio d’allegria sonora si diffondeva per il paesaggio, illustrato dal più limpido sole.
Era la Gioja di Vivere che fremeva su la Terra; la gioja degli uomini semplici, abituati al lavoro assiduo, condannati a una schiavitù eterna, per quel giorno di riposo e di libertà. Che valevano i ricordi del dì innanzi o le aspettazioni del domani, al confronto delle sensazioni presenti?
Gli uomini semplici,—che non riflettono su le loro fatiche e su l’ozio altrui,—che non spingono gli sguardi paurosi nelle tenebre del futuro o nella bieca luce del passato,—che vivono e voglion vivere di pane e d’amore, senza orpelli rappresentativi, senza invidie e senza ambizioni,—gli uomini semplici eran là d’avanti all’Insaziabile, livido di scontento e di tedio, accomunati e stretti da una fraterna inconscienza, esaltati da un’unica giocondità.
Alla sacra festa degli uomini semplici rispondeva il sorriso della Natura immortale. La giornata era superba, pura come un cristallo; nel mezzo del lago un’immensa incrostazione argentea, di un lusso favoloso, si stendeva magnificamente tra il pallore incandescente, appena azzurrato, dell’acque senza ombre. Su i monti boscosi, dalle vette tappezzate d’erbe, i villaggi felici scintillavano; e dovunque,—su le acque chiare, per le pendici ridenti—si celebrava il Trionfo della Vita, di quella Vita oscura, continua e incommutabile che pare una maledizione agli uomini attossicati da malsane ideologie, ed è il più alto e maraviglioso portento del Mistero universale.
Paolo, appoggiato al piano della finestra, guardava attonito il solenne spettacolo. Era là al conspetto suo, sebbene fuori di lui, la Felicità agognata; era là tra la folla vile e spregevole, nel cuore degli umili e degli abietti, tra il fervore organico e basso della Vita fisica.
Oh, come e quando avrebbe egli avuto un’intera giornata di pace e di contento?... Mai, mai, mai, qualunque onore, qualunque ricchezza, qualunque donna gli fosser venuti in potestà. Il dolore era in lui, insito ed invincibile, quasi una condanna della Natura per lo spirito di ribellione che gli fremeva dentro, contro le leggi e le disposizioni della sua oscura sovranità.
“La giornata m’appartiene„ mormorò l’Immorale, ricordando le parole del filosofo. Sorrise di sarcasmo contro sé medesimo, torcendosi le mani nervosamente intrecciate. Ahimè, anche il tempo era per la tristizia sua un tesoro inutile e gravoso!
Fu allora che improvvisamente il Demone del suicidio batté di nuovo, come nei giorni terribili della miseria, alla porta del suo pensiero. Perché vivere così? Perché ostinarsi a inseguire l’inarrivabile? Perché non voler morire quando la Morte era per lui l’unica liberatrice, l’apportatrice benigna del riposo e della libertà?
Egli sentì confusamente che il suo organismo si ribellava all’idea. Egli sentì che questa volontà era inetta a farlo agire, che rimaneva timida e chiusa nel dominio delle ipotesi irrealizzabili. La morte altrui l’aveva ben potuta volere ed eseguire: la sua, no, mai, perché egli era debole, vile, legato alla catena della sua carne miserabile, servo del suo egoismo animale come un qualunque bruto!
Paolo ebbe a quest’idea un moto di ribrezzo contro sé stesso, che gli sformò le linee mobilissime del viso.