Così la crise d’abbattimento incominciò; così lo scontento immane di sè stesso e del mondo, il tragico bisogno di riposo s’impadronirono di tutte le sue facoltà. La testa del giovine piegò lentamente sotto il peso dei tristi pensieri involontarii; gli sguardi caddero al suolo, e vi rimasero lungamente fissi, vitrei, acuiti, come penetrandone i misteri.
In tanto su la spiaggia, d’avanti al rialto del palazzo, passarono, di ritorno dai pascoli, le vacche cornute e corpulente, a una a una, in lunga schiera, barcollando, gittando a tratti nell’aria i tremuli e sordi muggiti; passarono le pallide pecore, strette e confuse in gruppo, mute, quasi invisibili sul fondo grigio della terra; passarono ultimi, salendo dal greto, i pescatori tardivi, recando su le spalle le pertiche prolisse, le fiocine dentate, gli staggi dalle reti ancora sgrondanti. Tutti, animali e uomini, scomparvero successivamente dalla parte del villaggio, dove li chiamava al riposo lo squillo lento e monotono dell’Ave Maria; e il vasto spiazzo fino al lago rimase affatto deserto, inanimato, come assopito nell’ombra, in aspettazione della notte imminente.
Su l’opposta riviera apparvero man mano le luci: Intra, la prima, scintillò per vivaci fiammelle, disposte a intervalli regolari lungo la costa; un gran faro d’oro s’accese su la punta di Pallanza e rischiarò d’un riflesso ondulato l’acqua cupa; altri lumi dispersi tremolarono qua e là, a Stresa, a Baveno, su i fianchi selvosi del Motterone, laggiù, lontanamente, nei malinconici abituri di Feriolo. In alto, quasi presso la vetta della Zeda, ben profilata ancora sul cielo verdognolo, un enorme fuoco divampò d’un tratto, s’allargò come un incendio di foresta; poi rapidamente declinò, si ridusse a un punto rossastro nell’oscurità, si spense.
Quando gli ultimi tocchi dell’Ave Maria caddero inerti e flosci nel silenzio crepuscolare, Aurelio, sorpreso dall’apparizione di quei lumi annunziatori della notte, volle scuotersi dal suo accasciamento e uscire da quella specie di sogno tormentoso. La crise era sul finire; uno sforzo mediocre di volontà bastava a dissiparne i molesti residui.
Egli d’un balzo s’alzò in piedi, e rientrò nel palazzo. Attraversò il cortile vuoto e bujo a testa alta, con quel piglio ardito e imperioso, che talvolta la vision della folla gli suggeriva; si mise su per la scala ottenebrata; percorse a passi rapidi il breve tratto di loggia fino alla porta delle sue stanze; ne schiuse i battenti quasi con violenza; entrò.
Dal balcone spalancato penetrava l’estremo pallore del giorno morto; in quel pallore i mobili non avevan più tinte, spiccavan neri e angolosi, simili a ombre più che a oggetti reali. La brezza, che saliva dalla prossima valle, faceva stormire dolcemente la pineta nel giardino, agitava gli apici d’alcune fronde di glicina arrampicate lungo la ringhiera, irrompeva fin nella stanza, suscitando deboli fruscii nelle carte sparse su la tavola centrale. Di quando in quando al soffio alterno le tende paonazze si gonfiavano con un largo moto d’espansione, come un respiro profondo.
Trovandosi nel luogo prediletto, Aurelio riacquistò totalmente la serenità e la sicurezza consuete dello spirito. S’arrestò, estasiato dal subitaneo benessere che tutto lo invase, in mezzo alla stanza. Era ben quello il rifugio sacro agli studii, il tempio delle superbe ambizioni e delle speranze immortali. Da quell’umil rifugio egli, come un’aquila destinata ai trionfi, avrebbe preso il gran volo per il mondo popoloso, alle battaglie del progresso umano, alla conquista della gloria. Che cosa omai avrebbe potuto arrestarlo? Quale forza terrena sarebbe riuscita a opporsi all’impeto del suo ingegno e della sua volontà? Egli si sentiva giovine, sano, energico, incorrotto anzi incorruttibile dalle avversità e dalle passioni: egli si sentiva veramente un Eletto fra i suoi simili.
Allargò le braccia vittoriosamente, le stese ritte sopra il capo orgoglioso, agitò le mani nell’aria, sorridendo trasfigurato dalla gioja al suo destino, ch’era scritto in alto, molto in alto nei misteri azzurri del cielo. «Chi, chi può dunque mutare il destino?» egli disse a voce spiegata, in atto di sfida.
Un acuto scroscio di risa, d’una insolente gajezza, si levò in quel punto dal parco silenzioso. Alle risa successe una pausa, un susurro di voci femminili a pena sensibile; poi le risa ricominciaron da capo, più forti, più gioconde, irrefrenabili. Aurelio, che aveva già dimenticato l’arrivo dei vicini annunziatogli dall’avola durante il pranzo, fu sorpreso da quell’insolito strepito nella calma imperturbata della campagna. Spinto dalla curiosità, e un poco dal dispetto che quel riso importuno aveva mosso in lui, s’affacciò al balcone per osservare chi dunque osava disturbarlo nel suo rifugio.
Sopra una delle scalee marmoree, che adducevano al secondo spianato pensile del giardino e alla pineta, stavan ritte, appoggiandosi con una squisita grazia signorile alla balaustrata, due giovini donne assai eleganti nel chiaro costume estivo. Le loro persone uscivan tutte intere, ben definite dal candore del marmo: entrambe, alte ugualmente, apparivano snelle, di forme molto leggiadre, con gli omeri un po’ sostenuti e la cintola strettissima sopra i fianchi leggermente arcuati. Una, roseo vestita, era bruna di capelli, e gli si presentava di fronte, con gli occhi e i denti illuminati dal riso; l’altra in un attillato abito celeste, volgendogli le spalle, mostrava una splendida capigliatura bionda, raccolta in un denso intreccio su l’occipite. E nulla superava la grazia di quel gruppo fiorente di giovinezza, sul bianco della scalea, nella luce favolosa del crepuscolo.