— Via, mamma, un po’ di calma! Tu ti riscaldi senza motivo: lo sai che ti fa male!
Quindi, tranquillamente, uscì dalla stanza.
Gli parve, rivarcando la soglia, d’udire dietro di sè uno scoppio di singulti. Rimase un po’ incerto, titubante se dovesse ritornare presso la nonna, o se in vece fosse meglio lasciarla sola ad acquetarsi. Preferì quest’ultimo consiglio. A passi rapidi attraversò l’anticamera buja e il cortile, i cui portici nella semioscurità sembravano avere una profondità singolare; e uscì dal palazzo sul rialto erboso, dove si lasciò cader di peso sopra uno dei sedili di granito ch’erano ai canti della porta incastrati nel muro.
La spiaggia, d’avanti a lui, era quasi deserta: soltanto l’ombra nera di qualche pescatore spiccava laggiù presso le barche, di tra i fusti dei salici, sul lucido riflesso dell’acqua. Non una voce, non un passo, non uno strepito turbavano il vasto silenzio crepuscolare, che il fioco anelito dell’onda morta scandeva regolarmente con un ritmo lento e strascicato. Un lezzo fatuo di pesci e d’alghe fracide saliva a intervalli dal lago, come una respirazione nauseosa, corrompendo il profumo delle erbe aromatiche ancor calde di sole e il buon odor cereale della paglia raccolta a fasci d’oro su l’aja comune.
Nel vespero sereno un estremo chiarore profilava tuttora nettamente le cime dei monti: prima la linea continua e dolcemente ascensionale del Motterone, poi il gran dorso gibboso dell’Eyenhorn, poi i picchi arcigni delle Alpi bianche per neve, poi il pizzo di Proman e la brusca elevazion dentata della Zeda che declinava novamente verso settentrione fino a nascondersi dietro il ceppo brunastro delle casupole di Cerro. Su tutto il paesaggio, sul cielo, su la terra, sul lago si distendeva uno strato di vapore violaceo, come un fitto velo che ne modificasse e offuscasse le tinte e i rilievi. A traverso quel velo, la riviera opposta appariva quasi piana, senza promontorii e senza insenature: la costa di Stresa, la curva del golfo, le isole Borromee, la punta di Pallanza sembravan tutte su una linea sola, ininterrotta, ch’era quella chiara dell’acqua, battuta dall’ultima luce occidentale. Solamente l’acuta gola di Mergozzo, aperta incontro a Cerro, si vedeva inabissarsi verso le lontananze dell’orizzonte: e il suo aspetto era nebuloso, fantastico, sinistro, così sommersa nel vapor violaceo tanto più denso quanto lo spazio cresceva.
Aurelio, il corpo rilassato su la rigida pietra, la testa appoggiata per inerzia alla muraglia, fu preso da uno strano senso di stanchezza e di malinconia al cospetto del paesaggio cupo e grandioso. Avveniva dentro di lui una di quelle rarissime crisi d’abbattimento, che tal volta piegavano e vincevano la sua forte fibra di lottatore. Durante siffatte crisi il suo spirito, che le consuete astrazioni avevan momentaneamente abbandonato, si smarriva in lente fantasie, cui le sensazioni delle cose esteriori imponevan come una triste tonalità minore. Alcuni pensieri insoliti in lui, alcune sepolte aspirazioni della prima adolescenza, alcuni lontani ricordi del padre morto o dell’avola vigilante con materna sollecitudine su la sua fragilità infantile, passavano lievemente in quelle fantasie, a similitudine di spettri esili e confusi, volanti verso una porta misteriosa. Senza potersene rendere una ragione, egli si lasciava vincere e intenerire dalle memorie. Egli sentiva nel fondo della sua anima levarsi un grido spasimoso: egli sentiva arrivare dalle intime energie dell’essere un impulso irresistibile verso qualche cosa oscura ma supremamente necessaria alla sua vita. Ogni suo più ardente desiderio, ogni sogno, ogni ideale pareva s’avviluppasse nel lugubre sudario dell’indifferenza: la gloria era vana, l’umanità era trista, l’avvenire incommutabile o non meritevole d’esser commutato. Uno scontento immane del mondo e di sè stesso, un tragico bisogno di riposo finivano per impadronirsi di tutte le sue facoltà; ed egli rimaneva come soffocato nella stretta di tanta desolazione, deplorando le sue fatiche e le sue ambizioni, anelando inutilmente a un Bene, ch’era la Morte ma poteva anche esser l’Amore.
La strana crise sentimentale incominciò questa volta dal ricordo della scena incresciosa con donna Marta e di quello scoppio di singulti che gli era parso d’udire varcando la soglia della stanza. Da parecchi giorni egli sopportava senz’alcun commovimento dell’animo le periodiche esplosioni di mal umore che l’avola sfogava a preferenza contro di lui: — un po’ per freddezza, un po’ per abitudine, un po’ per la convinzione ch’esse fossero conseguenza irrimediabile e inevitabile della lenta degenerazione ond’era esasperata l’indole di lei. Appena lo sfogo era esausto o appena egli riusciva con un qualunque mezzo a sottrarsene, Aurelio dimenticava sùbito le parole amare e non c’era caso che ritornasse sopra queste con la memoria. Quella sera in vece, come si trovò solo sul rialto del palazzo d’innanzi al lago silenzioso, i ricordi del pranzo non tardarono a risorgere nel suo pensiero, più vivi ed eloquenti degli stessi fatti reali.
Allora un’onda impetuosa di tenerezza, di pietà, di simpatia gli gonfiò il petto, improvvisamente. L’imagine della nonna, della sua seconda madre, ischeletrita dal morbo, disfatta dalla vecchiaja, dilaniata da continue angosce, gli si presentò d’avanti agli occhi dell’anima, come un’allucinazione. — Le stimate del dolore erano omai impresse indelebilmente sul povero viso, ch’egli aveva veduto tante volte curvarsi su di lui, con tanta bontà, con sì amoroso struggimento, nei dì lontani! Certo: ella soffriva veramente durante quegli scoppii di collera ingiusta contro di lui; ed egli poteva rimanere impassibile e quasi irridere alle sue sofferenze! La nonna, la sua seconda madre si logorava di giorno in giorno, consumava in futili querimonie l’estreme energie, andava piegando a poco a poco verso la fossa; ed egli non sapeva trovar nulla in sè per renderle meno triste l’agonia, per infondere un’ultima gioja in quell’anima moribonda!
La sua coscienza morale era profondamente rimorsa da queste idee; il cuore era lacerato a sangue dalla tetra previsione. Aurelio si sentiva legato all’avola da un vincolo indissolubile d’affetto; alla morte di lei si vedeva già solo e perduto nel mondo, come un viandante affaticato in una steppa senza confine. Un bisogno intenso d’appoggio, di compagnia, di convivenza familiare palpitava dentro di lui. Gli passavan nello spirito, in forma di sentimento vago, alcune afflizioni del tempo trascorso, che parevagli dovessero rinnovarsi ingigantite nell’avvenire. L’imagine della nonna sorgeva da tutte quelle memorie, come un simbolo consolatore. La stessa imagine ondeggiava su quelle aspettazioni, come un vacuo fantasma cui avrebbe inutilmente invocato nelle ore dolorose.
Egli si domandò costernato: «A che combattere? In che sperare? Perchè ostinarmi a vivere, quando ugualmente dovrò morire?»