Ella seguitò così per molto tempo a parlare dei nuovi arrivati, con quella sua loquela colorita e asmatica, che incatenava l’attenzione e insieme faceva pena. — Questa famiglia Boris, a quanto ella asseriva, si componeva in tutto di tre persone: l’ingegnere, sua moglie — una bella donna ancora, bruna, elegante sebbene un po’ pingue —, e la loro figliuola di vent’anni o poco più, bruna anch’essa come la madre e singolarmente graziosa: alla descrizione minuta, che donna Marta faceva di lei, una imperfettibile figurina da oleografia. Il suo nome era Flavia, ella l’aveva sentita chiamare ripetutamente da’ suoi parenti. Insieme con loro i Boris avevano anche condotta un’altra giovinetta, — una nipote, un’amica di Flavia o, forse, un’istitutrice? — della quale la vecchia non aveva notato che il color dei capelli, e diceva ch’era bionda, d’una biondezza pallida, cinerea, quasi bianca.

— Quando l’ingegnere se ne sarà andato, poiché certo la sua professione lo richiamerà presto in città, rimarranno le signore; e con queste, grazie a Dio, si potrà scambiare qualche parola, passare un po’ di tempo piacevolmente. Tu mi hai trascinata per un capriccio in quest’eremo, e poi non ti sei più ricordato di me, come proprio non esistessi. Ti sei segregato nella tua stanza, il cui accesso mi fu perfino vietato, e chi t’à visto, t’à visto!.... Sai? Se i Boris non arrivavano, io pensava già di ritornarmene a Milano, e al più presto!.... anche sola. Da vero non c’è una ragione perchè io vecchia e malata m’abbia sempre a sacrificare per te che sei giovine e stai bene. Ho poco da vivere, caro mio; e, quel poco, non lo voglio sciupare stupidamente in tanta malinconia e tanta noja, per farti piacere.....

La voce di donna Marta a poco a poco ritornava irosa: l’astio inguaribile contro il nipote, astio che aveva le radici in un profondo attaccamento affettivo, spuntava di nuovo nelle sue parole. Tutte le accuse accumulate su di lui rompevan di nuovo dal suo cuore, esacerbato dalla malattia e dalle acute esigenze senili alle quali Aurelio non sapeva spesso corrispondere. «Oh, ella lo capiva bene! Quell’arrivo inaspettato non gli andava a genio: egli avrebbe preferito di lasciarla morir di tedio in un deserto piuttosto che sopportare un piccolo, problematico disturbo! Sicuro; egli non si smentiva mai, mai: era sempre quello stesso egoista che non si curava di nulla e di nessuno, tanto meno poi di lei, povera vecchia inferma! Ma dove aveva dunque il cuore? dove l’aveva?»

Il giovine taceva, e il suo ostinato mutismo stuzzicava la collera dell’avola. Ella infatti seguitava, affannosamente, alzando viepiù la voce, rimescolando nel passato le colpe e le mancanze e le trascuratezze del nipote. E incominciava già a intenerirsi su la propria sorte sventurata, a spargere anche qualche lacrima per amaro conforto delle sue diuturne sofferenze.

Aurelio intanto, con gli occhi bassi su la mensa, senz’ascoltare quel fiotto intempestivo di rimproveri, meditava in preda a un sordo turbamento su le conseguenze possibili d’una siffatta vicinanza. — C’eran dunque due giovini donne tra i nuovi arrivati al palazzo? Le avrebbe egli conosciute? Avrebbe forse dovuto vederle ogni giorno per casa, conversare con loro, accompagnarle nelle passeggiate, sacrificare in somma una certa parte del suo tempo prezioso per non incorrere nella taccia di scortese e d’incivile? Tutto ciò lo sgomentava, quasi come l’aspettazione d’una probabile avversità. E non era tanto l’idea (già per lui così grave) del tempo disperso, d’un ozio obbligatorio, che più l’angustiava: era anzi quella d’un’assidua domestichezza con la Donna, con questo essere inferiore e ammaliante ch’egli non conosceva per pratica ma aveva teoricamente giudicato come il più terribile nemico della personalità, il dèmone simbolico della Specie che distrugge l’individuo.

Fin da giovinetto egli aveva appreso a valutare la fatale potenza della Sirena: la prima apparizion femminea su la soglia della sua anima era stata causa d’una commozione così profondamente paurosa, ch’egli n’aveva avuto mòzzo il respiro e il cuore squassato. D’allora in poi l’istinto animale di fuggire, di nascondersi, di sottrarsi con un mezzo vile a un fascino misterioso, l’aveva sempre tenuto e dominato, ogni qual volta gli fosse occorso di trovarsi al cospetto d’una donna giovine e piacente. Questa selvatica timidità — forse l’effetto d’un temperamento eccessivo, forse piuttosto la resultante di due correnti psichiche in opposizione — rappresentava certamente un lato debole, il più debole del suo carattere; ma egli si compiaceva, in vece, d’interpretarla come una forza, anzi come una virtù. Con uno di quegli artificii maliziosi, che l’uomo usa a sua intima giustificazione, Aurelio Imberido si giudicava migliore e superiore degli altri, perchè (fuggendo la donna) egli sapeva vivere senza di lei e poteva evitare i guai e gli errori di cui son prodighe le relazioni amorose.

Facile inganno, poichè realmente non aveva ancor messo alla prova del fuoco la sua presunta virtù. Ora l’occasione di saggiarla era venuta, ed egli, ostinato nella sua arte d’illudersi, preparava già un piano per iscansare abilmente questa occasione. Egli pensava: «Io non mi farò vedere nelle ore pericolose! rimarrò chiuso ermeticamente nella mia camera; se sarò costretto a conoscerle, farò loro intendere dal principio che non si può assolutamente contare su la mia compagnia, perchè io sono molto occupato e non debbo essere distratto.» Anche, pensava: «In fine la mia bella libertà vale un lievissimo sacrificio d’amor proprio: mi chiamino orso, mi credano scortese e incivile. Che mi fa della loro opinione? dell’opinione di due femmine!»

— Tu non mi dài ascolto, Aurelio; — proruppe d’un tratto donna Marta; — tu non ti degni più di sentire nè anche quello che dico!.... Ebbene bada, Aurelio: la mia pazienza ha un limite! Se un’altra volta, appena suonata la campana, non discendi sùbito, io faccio immediatamente i miei bauli, e me ne torno sola a Milano!

Queste parole furon proferite a voce alta e squillante, con tragica solennità, nel silenzio della gran sala piena d’ombre e di mistero. Strappato per forza alle sue meditazioni, il giovine dovette ascoltarle tutte quante con attenzione, e su l’inizio anche con una certa inquieta curiosità. Come però intese il senso della minaccia, un lieve sorriso involontariamente gli increspò le labbra: quell’inaspettata ripresa finale del primo argomento di rimprovero parve a lui una specie di ritornello con cui l’avola volesse chiudere esteticamente la sua irosa canzone.

Il pranzo era terminato. Aurelio si levò in piedi, e disse con voce assai carezzevole: