Aurelio, in vederle, le riconobbe. Rammentò le descrizioni dell’avola; rammentò ancora i molesti pensieri e i disegni di prudenza che l’arrivo imprevisto di quelle fanciulle aveva in lui suscitati. Volle sùbito ritrarsi, ma una strana compiacenza gli impedì di muoversi: i suoi sguardi rimasero fermi come incantati dall’estetica apparizione. Mentr’egli così la contemplava, un turbamento pànico e pur dolce si veniva man mano impossessando del suo spirito assorto e maravigliato; assomigliava questo turbamento alla leggera ebrietà che dà il dolce vino spumante, mettendo tra i sensi e le cose una specie di velo sentimentale, malinconico o giocondo, continuamente trepido. Al giovine pareva di sognare. Passavano in fatti dentro di lui, come in un sogno, impetuosamente, confusamente ricordi di scene o di letture lontane, nebbiose imagini romantiche, fremiti fuggevoli di desiderio, di curiosità o di speranza. Tutto ciò nasceva e si svolgeva per una forza spontanea di fantasia, senza ch’egli potesse averne coscienza; e le fibre della sua anima tremavan tutte, come fascio di corde sottili strappate insieme da un plettro.

D’un tratto un nuovo scoppio fragoroso di risa salì dal parco. La fanciulla bruna con un movimento repentino si volse, si diede a correre all’impazzata su per la scalea, e, giunta al sommo, s’internò agile e veloce nella pineta. Un roseo tremolìo illuminò per un attimo l’ombra nera del bosco.

— Flavia! Flavia! — l’altra chiamò nel silenzio, ferma al suo posto, attonita di quella fuga improvvisa.

Nessuno rispose. Solamente un’eco lontana ripetè il nome, come un gemito indistinto.

Allora anche la bionda si mosse, ascese rapida i gradini marmorei, e scomparve in corsa tra i pini, dietro la compagna.

Il giardino apparve deserto, muto, misterioso, con le sue piante cupe e i bianchi fantasmi delle statue mutilate, ritte su gli stalli invisibili.

— Flavia! Flavia! — s’udì ancora chiamar da lungi, per l’ultima volta.

Aurelio, che aveva seguíto avido con gli occhi le due fanciulle fino al limite del bosco, quando più non le vide, fu preso da un desiderio cieco e selvaggio di scendere al basso precipitosamente, d’inseguirle, di raggiungerle come prede nel folto, dove già la notte doveva esser profonda.

II. L’incontro.

— Signorino, un telegramma! — gridò Camilla con la vocina esile e acuta, entrando impetuosamente nella camera.