Aurelio che, stanco dal lavoro protratto a tarda notte, s’era riaddormentato dopo aver sorbito alle sei del mattino la solita tazza di caffè, si levò di scatto a sedere sul letto, fissando gli occhi spalancati in viso alla fantesca.
— Un telegramma?... Per me?! — egli domandò, stupito.
— Sì, per lei, — rispose Camilla; e, avvicinatasi a lui, gli stese la busta gialla, sottolineando l’atto con un fatuo sorriso, un poco ironico.
Poi, sùbito, soggiunse:
— Favorisca di firmare la ricevuta. Il fattorino è giù che aspetta.
— Non posso già scrivere con le mani, — egli borbottò nervosamente.
A passi brevi, dimenando leggermente l’anca, ella attraversò la camera, prese dal tavolino una penna, che intinse più volte, con lenta diligenza nel calamajo; ritornò poi senza scomporsi presso il letto, e la porse ad Aurelio con un gesto assai leggiadro.
Egli, ansioso di leggere, cominciava a indispettirsi per l’indugio.
— Che ore sono? — chiese con la voce aspra.
— Le otto, signorino. Anzi, le otto e mezza.