— Va bene. Prendi, — concluse Aurelio, dopo aver firmato; e le porse la ricevuta, congedandola con un brusco accenno del capo.
Quando la fantesca fu uscita, il giovine rimase ancora un poco con la busta chiusa tra le mani. Chi aveva dunque bisogno di lui? Egli viveva solo, staccato da ogni consorzio grande o piccino, senz’alcuna comunanza di negozio e senza stretti vincoli di parentela o d’amicizia. Quale notizia importante poteva giungere fino al suo sconosciuto ritiro, e con un mezzo così imperioso?
Non potendo trovare una risposta plausibile, si risolse ad aprire il foglio e leggere lo scritto misterioso. Un sorriso gli passò negli occhi alle prime parole; con un subitaneo movimento di contrarietà, e d’impazienza, egli gittò il telegramma a pie’ del letto, e s’attaccò con tutta la sua forza al cordone del campanello.
— Vengo, signorino! Vengo sùbito, — s’udì gridare Camilla da lontano, acutamente, mentre lo squillo furioso durava ancora.
Come però tardava a comparire, Aurelio dovette suonare una seconda volta, anche più forte e più a lungo, per sollecitarla. Finalmente ella entrò nella camera, tutta accesa in viso come avesse fatto una corsa a perdifiato, le ciocche della fronte scomposte e riversate all’indietro, il respiro frequente e affannoso.
— Che vuole? Che comanda?.... Mio Dio, signorino, un po’ di pazienza! stavo arricciando i capelli alla signora.... Non potevo tralasciare d’un tratto; ella sa come la signora s’inquieta per un nonnulla!... Eccomi. Che vuole?
Disse queste frasi interrottamente, anelando, accomodandosi con le mani le ciocche volanti, senza lasciargli il tempo di sfogare il suo mal umore per l’involontario ritardo.
— Via, spìcciati! Avverti prima la mamma che oggi avremo un ospite con noi. Poi corri immediatamente a chiamare Ferdinando perchè m’accompagni in lancia a Laveno. Dobbiamo essere alla stazione per le nove e mezza. Non c’è tempo da perdere. Hai capito?
— Perfettamente, — rimbeccò la giovinetta, tutta ilare d’essere sfuggita a un rabbuffo che s’aspettava. E con insolita lestezza si diresse alla camera di donna Marta, ch’era all’altro capo del portico.
Aurelio, rimasto solo, balzò dal letto e s’affrettò a vestirsi. L’annunzio d’una visita dello Zaldini, non ostante i suoi propositi di solitudine, lo aveva messo lì per lì in un orgasmo di gioja infantile, che si manifestava con una smania bizzarra e nuova di far romore a ogni movimento, battendo forte i piedi su l’assito, spostando le sedie, urtando bruscamente con le mani gli oggetti disposti su le tavole. La immacolata chiarità della mattina di giugno, il sole che irrompendo a traverso le tendine illustrava d’una trama aurea il pavimento, i canti giulivi e il buon odore di resina e di fiori che venivan dal giardino portati dal vento, tutte quelle vivaci apparenze accrescevano la sua giocondità, infondevangli nello spirito riposato la luce e il profumo della vasta campagna lussuriosa. — Finalmente avrebbe potuto parlare, aprire la sua chiusa anima a una confidenza, comunicare i suoi pensieri, da oltre un mese contenuti nel cerchio del suo intelletto, a qualcuno simile a lui! Finalmente avrebbe potuto riattivar con l’amico quello scambio di idee e di sentimenti, imposto come un bisogno dalla nativa sociabilità della razza anche agli esseri superiori, per cui la solitudine non è pure un tedio e un silenzio mortale!