Nell’attendere alle cure della persona, Aurelio, inconsapevole, pregustava già il primo colloquio con lo Zaldini durante il tragitto da Laveno a Cerro; pregustava le saporose novelle che questi gli avrebbe recate da Milano, le discussioni vivaci che si sarebber presto accese tra loro sopra uno dei temi preferiti. Il desiderio di ritrovarsi con lui, desiderio che l’aspettazione del prossimo incontro aveva d’un tratto eccitato, gli acuiva singolarmente il senso dell’amicizia, gli rievocava d’innanzi oltre modo simpatica l’imagine dell’amico, quale l’aveva visto ancora ignoto comparire nella redazione della sua Rivista, due anni addietro. Da quel giorno che rara affinità d’intendimenti e d’entusiasmi ambiziosi li aveva legati! E che lunghi voli spirituali avevan tentati insieme nei loro sogni di grandezza e di felicità! Tutte, tutte le ardenti questioni, che affannano oggidì il pensiero umano, erano state sfiorate, discusse, talvolta anche audacemente risolte nelle loro interminabili conversazioni notturne, che spesso i primi chiarori dell’alba venivano ingrati a interrompere.
Ripensando ora alla vita fraterna ch’egli e lo Zaldini avevan condotta in quei due ultimi anni a Milano, Aurelio si maravigliava d’essersi potuto separare dall’assiduo compagno con tanta indifferenza, e d’averlo potuto totalmente dimenticare durante quel mese di villeggiatura. In verità, dal dì ch’egli era giunto a Cerro, quella era la prima volta che il desiderio di lui si risvegliava, che le memorie della loro lieta convivenza palpitavan vivaci dentro il suo cuore. Perchè? Egli dunque non l’amava? E avrebbe potuto non rivederlo, fors’anche mai più, senza un rimpianto del passato e quasi senza un ricordo? Sì, era così; pur troppo doveva confessarlo, era così! Egli sentiva che entrambi, non ostante la comunione di vita e d’abitudini, eran rimasti estranei l’un per l’altro, come due viandanti, riuniti dal caso, i quali avesser percorso discorrendo uno stesso cammino. Egli sentiva che la propria anima, asservita a un Ideale superbo, era infusibile, chiusa nel suo superbo mistero, incapace di sacrificio e d’amicizia.
La consapevolezza di questa necessità psicologica fu per lui, nella tenera disposizione in cui si trovava, una pena e quasi un rimorso. Volle dunque troncar sùbito l’indagine, abbandonare le aride considerazioni che minacciavan d’amareggiare la spontanea gioja di quel risveglio. Appena fu vestito, uscì dalla sua camera, passò ad augurare il buon giorno alla nonna, che pareva d’ottimo umore, e discese sul greto dove Ferdinando, il vecchio barcajuolo, già l’aspettava.
La mattina era un po’ velata dalla parte delle Alpi: sopra la vetta del Motterone una gran massa plumbea pendeva, sbrandellandosi verso levante in tenui nubecole bianchicce. Qua e là, su le altre cime, qualche fiocco disperso, alcuni lunghi nastri torbidi apparivano; e il fondo della valle di Mergozzo era cupo, come polveroso, sprofondato in un’ombra azzurrastra. Da settentrione un vento impetuoso scendeva, suscitando un vasto scroscio rotto da sibili alterni e un tumulto di ciuffi lattei al sommo delle onde.
Ferdinando dovette faticare assai per vincere la violenza di quel vento, che soffiava diritto contro la prua. D’innanzi all’antico fortino austriaco, che siede smantellato allo sbocco del golfo di Laveno, il lago divenne, per il rimbalzo dei flutti, così fiero e minaccioso che Aurelio stesso fu costretto a prendere i remi per venire in ajuto del vecchio. Giunsero nel porto in ritardo di qualche minuto, mentre già il treno irrompeva, fischiando, sotto la tettoja della stazione.
L’Imberido discese rapidamente a terra, e s’avviò a passo sollecito incontro all’ospite, che apparso per il primo su lo spiazzo, girava intorno lo sguardo come stupito di non trovare alcuno a incontrarlo.
L’avvocato Luciano Zaldini, accuratamente raso, con due piccoli baffi bruni a pena accennati, pareva più giovine d’Aurelio, sebbene questi avesse qualche anno meno di lui. Era alto della persona e ben formato; elegantissimo in ogni particolare dell’abito. Il suo viso, piuttosto largo e carnoso, serbava ancora la freschezza dell’adolescenza, nella soda pastosità della pelle, nello sguardo sempre un poco attonito, nel riso ingenuo e pronto che scopriva di tra le labbra rosee una mirabile dentatura d’una regolarità femminina.
— Oh, l’eremita!... — egli gridò, come vide Aurelio che gli correva incontro. — Tu vedi in me Maometto che viene alla montagna, semplicemente perchè la montagna non volle venire a lui.
— La montagna sta bene e non si muove, — l’altro rispose ridendo, e gli stese ambo le mani con sincera espansione.
Durante il tragitto in barca, l’Imberido interrogò sùbito l’amico su le sorti della Rivista.