Non si eran più trovati soli dopo d’allora. Aurelio per una settimana non aveva osato ripresentarsi a lei in quel luogo determinato, a quell’ora fissa del giorno. Si vedevan dunque, come per il passato, ai convegni comuni, dove non riuscivano a scambiare che qualche breve discorso o di quando in quando qualche sguardo eloquente. Una mutazione sensibile era però avvenuta nel contegno di Flavia: ella aveva deposto la sua maschera sarcastica e lo trattava ora con la massima cortesia, sempre un po’ fredda nell’aspetto ma con inflessioni di voce sottilmente insinuanti e con una certa gravità di linguaggio che dimostrava una deferenza insolita per lui, un rispetto nuovo per i suoi principii e per le sue ambizioni. Una sera che donna Marta si lagnava del nipote e delle sue trascuratezze verso di lei, ella disse inaspettatamente, senz’ombra d’ironia:
— Per carità, contessa, non si lamenti! Io so che il signor Aurelio le vuole molto bene. E poi, creda a me, noi donne non abbiamo il diritto di pretendere dagli uomini, che hanno un ideale e interamente vi si consacrano, più di quanto essi ci possono concedere. Se noi vogliamo esser per loro un appoggio e non un ostacolo, è giuocoforza che ci pieghiamo alle loro esigenze e accettiamo senza protesta il posto ch’essi ci assegnano nella loro vita. Il signor Aurelio avrà certo uno splendido avvenire; farà un grande onore al suo casato: ella dovrebbe esserne superba e non chiedergli di più.
E un’altra sera che tutte a vicenda avevan pianto su la loro sorte, ella disse anche, rivolgendosi a lui direttamente:
— Chi proprio deve esser felice tra noi è lei, conte; lei, che non ha pensieri, non soggiace alla comune debolezza dei sentimenti, e vive una vita speciale, tranquillo, sereno, appartato in mezzo alle sue idee, come in un mondo creato a sua imagine e somiglianza. Ella non sa quanto io la invidii, certe volte. Se fossi nata uomo, avrei voluto essere come lei, forte, solo, libero e sdegnoso d’ogni giogo.
Non sospettava dunque ancora la fiamma divoratrice che gli ardeva nel cuore? O diceva queste cose per accertarsene, per studiare sul suo viso l’effetto che avevano dentro di lui?
Così passò un’altra settimana, e il piano di conquista imaginato da Aurelio rimaneva tuttora allo stato di mera intenzione, sempre più incerto e più difficile. Le sue speranze s’estinguevano, progressivamente; il suo sogno di felicità andava avvolgendosi ogni dì più in cupe ombre, da cui l’imagine di Flavia usciva a pena visibile, tentatrice e irreale come un’apparizione d’incubo. Tutta la sua giornata non era omai che una lunga agonia. Egli, come pensava al giorno in cui il rivale sarebbe ritornato, si sentiva morire d’ansia e di raccapriccio. E quel giorno era vicino; e ogni ora inerte, anzi ogni attimo, che il suo cuore pulsando annunziava perduto, lo approssimava di più! Che fare adunque? Che tentare? Eppure qualche cosa ancora bisognava fare e tentare, prima di risolversi all’ultima rinuncia, prima d’abbandonare il campo all’odiato vincitore.
In tanto, l’ora era giunta per lui del grande verace amore di sua vita. Pareva che sotto l’azione del fuoco violento, tutto il suo essere si fosse trasmutato, dilatato oltre i limiti consueti, alleggerito, e arricchito di nuove e sconosciute proprietà. Pareva che fosse sopravvenuta in lui un’altra anima in luogo della sua propria, un’anima sensitiva e imaginosa che, avendo a sdegno le nozioni precise e le fredde astrazioni, amava appassionatamente le cose incerte, mobili e colorite, i facili errori della fantasia, i trepidi voli dell’idea nell’aria crepuscolare dei sogni e delle leggende. Egli si rinnovava; egli aveva cessato d’essere pensatore per divenire artista. Egli sentiva ora il bisogno d’adornarsi, d’abbellire tutto ciò ch’era intorno a lui, di vivere una vita estetica, composta di sensazioni armoniche e ritmate.
La sua squallida camera, già ingombra di libri e di fogli gittati qua e là in disordine, s’assestò, si trasformò, apparve sotto un aspetto nuovo, femminilmente gradevole. Egli prese dalle stanze superflue alcuni tappeti, un grande specchio e due o tre quadri, e ve li dispose con cura, quelli sul suolo e questi su le pareti; con un drappo, scoperto nella chiesuola annessa al palazzo, si foggiò un ricco padiglione sopra il capezzale del letto; discese in giardino, e colse molte rose, alcuni mazzi di fiori campestri, alcune fronde d’edera per riempire i vasi polverosi e ornare con essi la tavola da lavoro, il vecchio canterano e la specchiera. Persino nel suo modo di vestire e d’atteggiarsi, egli dimostrò una sollecitudine non mai avuta, una preoccupazione assidua e intensa di piacere, un gusto raffinato nella scelta delle forme e delle sfumature, il cui segreto non avrebbe mai sospettato di poter conoscere. E per occupare i suoi ozii agitati, si fece mandare dalla città diversi libri di liriche, che lesse per la prima volta, fremendo, esaltandosi, spasimando, quasi gli rivelassero nel loro linguaggio poetico e ardente l’ardore e la poesia de’ suoi sentimenti inesprimibili.
Alte idee, in vero, sorgevan nella sua intelligenza, mentr’egli compiva inconscio la profonda metamorfosi. «Perché non debbo io amare?» egli si domandava. «Perché questa rinuncia, questa mortificazione, questa restrizione? Non sono io giovine? Non son forse degno del supremo godimento della vita? L’attimo è fuggevole; e dopo l’attimo vengono ininterrotte le tenebre del nulla. Posso io sacrificare questo attimo a un avvenire, di cui non avrò mai più visione, nè coscienza? Posso io ragionevolmente opprimere e disconoscere i diritti di questa carne mortale, che forse è tutta quanta la mia sostanza?» Egli anche pensava: «Io ho saputo fino a oggi trionfare de’ miei sensi, per esser libero e consacrarmi interamente alla preparazione d’una vasta coltura e d’una chiara comprensione della vita. E per trionfare de’ miei sensi, ho giudicato l’Amore un’inferiorità, una bruttura, un pericolo. Ma se mi fossi ingannato? Se le commozioni dell’Amore, ch’io non ho voluto conoscere, fossero diverse da quelle che ho supposte, e rafforzassero in vece il carattere e sollecitassero l’ingegno alle imprese memorabili?»
Dai libri di poesia, ch’egli continuamente leggeva, saliva al suo cervello, come un profumo inebriante, il culto fanatico, la glorificazione, l’apoteosi della grande passione, che l’Arte ha generato e cui l’Arte filialmente venera. Per quei poeti, gente nobile e illustre, l’Amore era tutto: era l’armonia dell’universo, la fiaccola del genio, era la gioja, era l’ideale, era la divinità. Senza l’Amore, il mondo non aveva più sole; senza l’Amore, la pace, la gloria, le ricchezze, la stessa fede non eran se non parole vuote di senso, ornamenti derisorii gittati sopra un corpo piagato e difforme. — Perchè vivere se non per amare? — si chiedevan quei poeti, volgendo in torno gli sguardi assetati di felicità. E il cuore del giovine ripeteva profondamente, come un’eco fedele: «Perchè, perchè vivere se non per amare?»