In quegli ultimi giorni, ispirato da quelle voci fascinevoli, sospinto dal pensiero che l’altro stava per ritornare, Aurelio divenne ardito, risoluto, intraprendente, non trascurando mezzo alcuno a fin di raggiungere il suo scopo nel termine prefisso. Ormai nessuna incertezza rimaneva in lui su quanto avrebbe dovuto fare per costringere Flavia a una risposta sincera e decisiva: occorreva parlarle a cuore aperto, dichiararle senza ambagi il suo sentimento, chiederle con lealtà se lo potesse ella, ora o in un giorno non lontano, contraccambiare; bisognava abbandonare i piani lenti e astuti per appigliarsi alle risoluzioni rapide ed energiche. Ma come trovarla sola? Con qual pretesto domandarle un colloquio in disparte? Ed era forse possibile ottenere un risultato da una conversazione a bassa voce in cospetto delle altre donne?
La migliore occasione per trovarla sola era irremissibilmente sfumata. Dal giorno, in cui egli s’era spinto fino al sommo della pineta, Luisa aveva pregato la zia di trasportarle l’esercizio di pianoforte alla mattina, e non aveva più lasciato Flavia durante l’intero pomeriggio. Aurelio, risalito là per ben due volte pien di speranza, aveva dovuto ritornarsene deluso e scorato in palazzo, dopo aver passato un’ora di supplizio ineffabile accanto alle due giovinette.
Egli procurò dunque di farsi intendere da lei a sguardi, a reticenze, ad allusioni velate durante i ritrovi comuni sul rialto; si diede a corteggiarla nettamente e volgarmente, sedendole con ostentazione sempre vicino, cercando di trascinarla per gradi ad appartarsi dal crocchio, a discorrere con lui solo di cose intime, discrete, confidenziali. Più volte, nella mezz’ombra dei crepuscoli caduchi, sdrajato al suo fianco su l’erba dello scalere, egli, approfittando d’un momento opportuno, riuscì a parlarle del mutamento avvenuto in lui negli ultimi tempi e ad accennarle i suoi nuovi desiderii; anche tentò, con qualche inchiesta astuta, d’investigare a fondo nel mistero della sua sensibilità. Ma le presenze estranee esercitavan pur sempre sul suo spirito una bizzarra influenza: egli, per sottrarsi alla loro soggezione, doveva dare alle sue frasi sentimentali un tono fatuo e giocoso; egli doveva discorrere scherzando, a similitudine d’un balbuziente che, per vincere la difficoltà di parola, bisogna che canti.
Flavia, d’altra parte, pareva che si prestasse amabilmente a quel giuoco: lo ascoltava con visibile piacere, e gli rispondeva a tratti ridendo, schermendosi dalle celie con altre celie più leggere.
— Via, signor Aurelio, — gli diceva talvolta, oppressa dalla sua insistenza: — sarebbe tempo di finirla con questa burla. Io non posso credere a una sola dalle sue parole. Non posso credere ch’ella parli da senno; e, le confesso, non mi garba d’esser burlata.
— Ma io parlo da senno, signorina, — egli affermava, cercando d’atteggiare il viso a una espressione più seria.
— Lei? con le sue idee? con il suo orgoglio? con le sue belle opinioni su le donne?... Ma mi stima dunque così ingenua e, diciamolo pure, così sciocca da credere cecamente a tutto quanto mi si racconta? Ella, caro signore, vuol divertirsi un poco alle mie spalle; ma io, benchè non sia che un povero essere inferiore, ho però almeno tanta intelligenza quanta ne occorre per intenderlo.
Altra volta, gli chiedeva anche con voce grave, quasi malinconica:
— Perché mi dice queste cose, signor Aurelio? Se scherza, ha torto di scherzare. E se parla sul serio, ho torto io d’ascoltarlo.
E il giorno ultimo venne, inaspettato, senza che Aurelio avesse potuto effettuare anche in minima parte il piano di conquista, che gli era già sembrato così agevole e d’esito quasi sicuro!