Ritornò il padre Boris, ritornarono gli ospiti, riapparve il pretendente basso e tarchiato, dalla pelle olivastra e dagli occhiali d’oro. Venne anche a sera lo Zaldini, più fresco e più giocondo che non mai, essendo stato chiamato per lettera dall’Imberido in sèguito alle preghiere insistenti di Luisa.

La comitiva a bastanza numerosa, divisa in tre imbarcazioni, lasciò il villaggio verso le cinque del pomeriggio per passare la notte a Baveno ed esser pronta, la mattina dopo per tempo, a intraprender l’ascensione del monte. In una lancia erano l’ingegnere Boris, il Siena e le due fanciulle; in un’altra la signora Teresa, sua cognata e Giorgio Ugenti; e nella terza infine, donna Marta accompagnata da Camilla, e Aurelio e Luciano ai remi. La vecchia quantunque indisposta e sofferente, aveva voluto seguire la comitiva almeno fino a Baveno, dove sarebbe rimasta con la fantesca in aspettazione, per far ritorno a Cerro insieme con gli altri nella sera successiva.

Una grande tristezza occupò l’anima del giovine durante la lunga traversata e durante il pranzo interminabile alla tavola rotonda dell’Hôtel Belle-Vue. Nel silenzio del lago, battuto da un sole bianchissimo, nella gran sala oblunga, popolata d’Inglesi impassibili e di Tedeschi ciarlieri, il pensiero di Flavia non lo abbandonò un solo istante, e la presenza del rivale, sempre accanto a lei, non cessò di martoriarlo, come un cancro ostinato che gli rodesse il cuore. In vano lo Zaldini tentò più volte di farlo sorridere con le sue storielle e il racconto grottesco d’una sua recente avventura d’amore; Aurelio rimase pertinacemente muto e grave, finchè questi, tediato dalla sua indifferenza, si risolvette a volgergli le spalle e ad appiccar discorso con un vecchio signore inglese, suo vicino di mensa. Ora Luciano chiacchierava allegramente e senza ritegni con il nuovo suo amico, decantando nel più pretto idioma britannico la bellezza incomparabile delle misses e l’eccellenza del gin e del whisky come eccitanti delle più pazze fantasie.

— Io, se per avventura m’ammoglierò, — diceva lo Zaldini a voce alta, — sarà senza dubbio con una signorina del vostro felice paese, perchè adoro il biondo dei capelli e delle sterline. E voglio, la sera delle nozze, rinnovare il celebre aneddoto del campanello elettrico, che voi probabilmente conoscete, poichè l’eroe ne fu un vostro compatriota, anonimo ma non per questo meno degno di memoria...

Il vecchio accennava di no col capo, incoraggiandolo a continuare con un’occhiata piena di curiosità lasciva. E il giovine infatti, senza farsi pregare, raccontava l’aneddoto salace, piegando il capo verso di lui, soffiandogli le parole fioche all’orecchio, scoppiando a tratti in una risata sonora, che trasfigurava per incanto il viso terreo e severo dell’ascoltatore.

Nulla irritava di più lo spirito ansioso dell’Imberido che il cicaleccio frivolo e ininterrotto de’ suoi due vicini. A intervalli, tra lo strepito dell’acciottolìo e delle conversazioni diffuso per la vasta sala, giungeva a lui, come un avvertimento di sventura, la voce fessa e nasale dell’avvocato, seduto al fianco di Flavia a quattro posti in distanza dal suo. Egli, roso dalla gelosia, aguzzava l’udito a quel suono sgradevole, che pareva per poco dominare ogni altro romore; a volte, credeva di comprendere qualche frase inconcludente, un’affermazione, un ringraziamento, il nome dell’amata proferito dalle labbra odiose; ratteneva profondamente il respiro per afferrare il senso dell’intero discorso. Ma uno scroscio d’ilarità si levava d’improvviso presso di lui, e tosto la voce si disperdeva nel clamore, vinta e soffocata.

Aurelio doveva fare un enorme sforzo di volontà per contenere il suo dispetto contro l’amico e vincere l’impulso cieco di levarsi in piedi e allontanarsi da quella sedia di tortura. Almeno gli fosse toccato in sorte un posto di fronte a Flavia e al rivale! Avrebbe potuto scrutarli, spiare i loro movimenti, i loro sguardi, le loro espressioni! Avrebbe potuto leggere su le loro facce il sentimento che li occupava! In vece, da quel posto, non gli era dato nè di vederli nè d’ascoltarli! Egli, anche sporgendo il capo in avanti, non riusciva a scorgere se non le loro mani, così prossime che parevan toccarsi, così mobili nella comune bisogna, che tal volta egli non sapeva distinguere le une dalle altre!...

Dopo il pranzo, la comitiva uscì dall’albergo per fare una breve passeggiata prima di coricarsi, e si diresse a piccoli gruppi verso Stresa su la gran via provinciale che costeggia il lago fino ad Arona. Il vespero era chiaro, pallido, còrso come da un brivido voluttuoso. I vasti boschi di castagni, che avvolgono le falde del Motterone, piovevano su la strada polverosa una frescura umida, un profumo penetrante di terra e di vegetazione. Dal lago, a pena increspato presso le rive, saliva un odor caldo di pesci e d’erbe fracide. L’isola Superiore, sola su le nebbie delle lontananze, spiccava nitida dalle acque, con le sue case fitte e inghirlandate, con il bianco campanile della chiesuola acuminato verso il cielo, come un ideale.

Le donne procedevano insieme; poi venivan gli uomini in due file: il Boris d’avanti tra l’Ugenti e il Siena; e Aurelio e Luciano in coda. Luisa, accanto a Flavia, accennava a mezza voce, malinconicamente, l’aria preferita del Faust; donna Marta, eccitata dalla novità del luogo e dalla compagnia numerosa, parlava forte, con animazione quasi febbrile, al braccio della signora Teresa e della sorella dell’ingegnere.

L’Imberido, che si sentiva più calmo e come rassicurato, domandò sorridendo all’amico: