— Perchè hai tardato tanto a ritornare a Cerro? Hai dunque sùbito dimenticato la signorina Luisa e i tuoi entusiasmi sentimentali per lei?
— Dimenticata? non del tutto. Ma, che vuoi? appena giunto a Milano fui travolto in quell’avventura eroica, che t’ho narrata e tu non hai avuto la bontà d’apprezzare. Ho corso due volte serio pericolo di vita; ho passato intere ore rinchiuso in un armadio, come un vecchio soprabito; ho visto un marito passarmi d’innanzi col lume in una mano e un’enorme mazza ferrata nell’altra. Capirai: le commozioni violente esercitano una certa influenza su la memoria: ed io per il momento ho scordato la bionda incantatrice e l’innocente idillio campagnuolo. Però, come vedi, al solo nome di lei apparso in una tua lettera d’invito, io non ho esitato a lasciar Milano, ed ora sono qui. Che puoi pretendere di più dalla mia fedeltà?
— E... come hai trovato Luisa al tuo ritorno? — ridomandò Aurelio con ironia.
— Ah, per questo, mutata, molto mutata! Forse, te lo confesso, mi son lasciato troppo desiderare. Ma... e tu, tu come te la sei passata in questi due mesi di convivenza con l’altra, con la bruna, nel palazzo fatato, tra i boschi maravigliosi? Sarei curioso d’accogliere oggi le tue confidenze: credo che ne sentirei di carine. L’eremita mi ha l’aria d’essersi fatto diavolo. M’inganno?
— Assolutamente, — rispose sicuro l’Imberido, fissando gli occhi a terra. — La signorina Boris è in teneri rapporti con quel signore dagli occhiali d’oro, che ci precede. Si parla anzi d’un prossimo matrimonio con lui.
Lo Zaldini parve molto maravigliato dalla notizia.
— Davvero? Ma ella sarebbe fortunatissima, caro mio! — egli esclamò. — Io conosco il Siena da molti anni. È un giovine coltissimo e simpaticissimo! Uno degli avvocati più apprezzati e meglio retribuiti di Milano! E poi, è molto ricco: figùrati che ha ereditato, or non è un anno, cinquecento mila lire da uno zio di Ferrara. E sua madre è nata di casa Orbetello, figlia del celebre banchiere di Roma, arcimilionario. Se è vero quanto mi racconti, la signorina Boris fa uno dei più splendidi matrimonii che si possano imaginare.
Aurelio ascoltò, contenendosi a stento, l’elogio del rivale aborrito, detto senza malizia da una bocca fraterna. Non ebbe un gesto di protesta; non una contrazione di spasimo, non un tremito delle mani, non un battito delle palpebre. Ammutolì, si fece smorto in viso, sentendo penetrare nel cuore a una a una le parole dell’amico, come trafitture di spillo. Gli parve che tutto crollasse intorno a lui. Gli parve di udire la sua condanna mortale pronunciata da un giudice inappellabile. — Che valeva omai resistere? Che valeva lottare? A che servivan la sua ostinazione e il suo orgoglio? Costui era il preferito, era il vittorioso, era il più forte. Costui era l’invincibile, d’avanti al quale bisognava per necessità cedere o soccombere. Una divina speranza si spegneva, troncata da quelle affermazioni, irreparabilmente. La luce non era più luce, la vita non era più vita!
Nel ritorno egli non parlò più.
Scendeva la sera e il vento aumentava su la montagna oscurata. Dalla gola di Mergozzo, già invasa dalle tenebre, venivano a intervalli i soffii striduli e subitanei, si riversavano scrosciando su le acque, giungevan senza freni alla terra, e quivi, irritati dall’ostacolo, imperversavano contro la foresta, che si piegava e si torceva con un fragor formidabile di ruina. E l’anima del giovine avvizzita e divelta dal dolore, pareva seguire travolta il cammino della corrente aerea, anelando alla distruzione, alla dispersione, all’annientamento totale di sè stessa, tra il folto di quegli alberi conquassati, verso le lontananze misteriose, dove le raffiche ululando s’inabissavano.