La notte era ancora profonda, quando la comitiva lasciò l’albergo e s’incamminò al lume fioco delle lanterne su per le falde boscose del monte. Durante un lungo tratto nessuno parlò per il calle aspro e angusto, serpeggiante sotto la verzura profonda: procedettero tutti, uno dietro l’altro, in silenzio, ancora un poco ottusi dal sonno bruscamente interrotto, intenti con gli sguardi al suolo, che le sporgenze delle radici e delle rocce rendevano insidioso. A metà della selva per la prima volta riposarono: le donne più affaticate sedettero su i macigni o su l’erba, gli uomini rimasero in piedi vicino a esse, in aspettazione.

L’aria era fresca e ancor buja: il vento, alquanto scemato di forza, stormiva tra le fronde, spostando i brani di cielo visibili in cui palpitavano gli astri. Verso l’oriente l’azzurro incominciava a impallidire.

Si scambiarono poche parole durante la sosta, che fu assai breve: le signore, assalite dai brividi, si lamentarono del freddo e sollecitarono la partenza. Ripresero tutti insieme il cammino, nel medesimo ordine di pocanzi, con la stessa svogliatezza muta, con una maggiore preoccupazione del terreno. Man mano che salivano, il sentiero si faceva più ripido e più scabro, l’ànsito dei viandanti, più frequente e più grave. E il bosco si diradava, e i castagni immiserivano tra la ghiaja, e il cielo costellato si schiudeva più libero sopra le loro teste. Si udiva solo, nel silenzio antelucano, il ticchettare monotono dei passi contro le pietre mobili del calle, si scorgeva omai là, lontano sotto di loro, il lago, simile a una vasta distesa di pece brunastra, simile a un immane stagno limaccioso in mezzo alle incerte forme delle montuosità.

La comitiva, un poco avvivata dall’aria più leggera, giunse al confine della selva e in vista della vetta, quando l’alba imperlava già l’orizzonte sopra i colli di Lombardia. Gli ultimi alberi crescevano sul ciglio d’uno sprone scosceso, al sommo del quale l’erta d’un tratto s’addolcisce larghe praterie irrigue s’incurvano mollemente, appoggiate a una tenue concavità e quindi al pendìo terrigno del monte. Nel chiaror livido dell’ora, quei prati avevano una tinta cupa e unita, d’una inimitabile morbidezza; e qua e là, di tra l’erbe, balenavano foscamente le grandi pozze degli abbeveratoi o spiccavano le macchie nere delle stalle e delle capanne pastorizie. Un tintinnìo languido di campani e qualche sordo muggito venivan dall’alto, dove una mandria usciva in quel punto per il pascolo.

Come la viottola si stendeva più larga e più agevole, la comitiva ruppe per ragunarsi l’ordine primiero di marcia, e le conversazioni non tardarono ad accendersi. Camminavano tra i prati, quasi su un piano, disposti in due schiere, stretti gli uni agli altri, rinvigoriti e imbaldanziti dalla brezza e dalla vision della mèta. L’Ugenti e lo Zaldini apparivano allegrissimi, e gareggiavano in dir motti e sciocchezze, che sollevavan l’ilarità delle quattro donne; e il Siena a volte li secondava, con la sua flemma mordace e quasi maligna. Ma Aurelio seguiva astratto e taciturno i compagni, volgendo gli occhi inquieti su la severa maestà del paesaggio.

Era in lui, dal momento in cui aveva lasciato l’albergo, una perplessità strana e confusa, che era andata a grado a grado addensandosi fino a opprimerlo come un’angoscia. Aveva passato una notte insonne, sprofondando gli sguardi nel vortice della sua infelicità; aveva sentito più volte morire le sue speranze e risuscitare per novamente morire; aveva singhiozzato come pazzo nelle tenebre, immemore dell’amico che dormiva tranquillamente accanto a lui. Ma poi, quasi per un prodigio, appena su la via, ogni triste ricordo s’era spento, ogni doloroso residuo erasi dileguato nel suo pensiero; ed egli era caduto in una specie di torbida incoscienza animale, rotta da fuggevoli proponimenti e da incerte fantasie. Ora egli seguiva i compagni astratto e taciturno, occupato tutto da un pensiero ignoto, da un’ignota volontà, da un’intenzione che rimaneva occulta nei recessi impenetrabili dell’essere.

Il pianoro fu ben presto attraversato. Il calle per giungere alla cima si drizzò più arduo che non mai, lungo il dorso eretto, sdrucciolevole per le infiltrazioni delle acque, che costituisce la mole centrale della montagna. La comitiva dovette sbandarsi di nuovo, e ciascuno separatamente intraprese l’ultima ascensione, chi seguendo il cammino più comodo tra i margini del sentiere, chi cercando il tramite più diretto su le zolle madide del prato.

Un superbo spettacolo si svolse frattanto, da ogni parte, intorno a loro. La luce aumentò con rapidità, come regolata da una mano impaziente: l’erbe splendettero, si copersero d’innumerevoli fiori; le pozze degli abbeveratoi si rischiararono; le stalle e le capanne pastorizie spiccarono con le loro forme pittoresche tra il verde uniforme delle praterie. Di qua e di là, su la frescura dei pascoli, apparvero distintamente le mandrie e i greggi, che si udivan prima tintinnare, muggire e belare nell’ombra. Quando il chiarore si diffuse più crudo, le catene dei monti, abbraccianti il Verbano, si fecero tutte palesi nella loro ricca vegetazione fino alle estreme punte settentrionali, si propagarono come un’immensa successione di gigantesche onde impietrite rimaste a vestigio d’una qualche primordiale fluttuazione tellurica. E, in basso, il lago opaco e inerte si mostrò lucido e bianco nell’alba, simile a un bel fiume di latte, simile a una favolosa lama d’argento piombata dall’alto e affondatasi per la sua gravità nelle onde della terra molle.

In fine l’aurora venne a tinger di rosa l’orizzonte lontano. Sul monte Nudo, sul Sasso del Ferro, su i colli di Mombello, lungo la linea quasi diritta delle campagne d’Ispra e di Ranco, una zona di luce rancia si prolungò in guisa d’un nastro serico che orlasse per vaghezza i capricci del litorale. Quasi sùbito, alcune strisce di vapori si formaron per incanto nell’aria pura; parvero imbeversi, come spugne, delle tinte calde dell’aurora; s’accesero, fiammeggiarono preannunziando l’avvento glorioso del sole. E questo maravigliosamente comparve, fuor del dosso precipitoso che incombe sopra Laveno, prima come un punto incandescente e poi come una gran bolla di fuoco espressa dalle viscere del monte. Le vette s’imporporarono; i raggi discesero a grado a grado per le chine, cospargendole d’oro; avvolsero in una nebbia adamantina le falde boscose; s’infransero in ultimo su la superficie delle acque, provocando nell’urto l’accensione subitanea d’infinite scintille.

Il nuovo giorno era fatto. Le campane dei villaggi squillarono a festa, in segno di saluto.