La comitiva fu sbandata e dispersa dalle difficoltà sempre crescenti dell’ascesa. I più giovini e i più validi, procedendo lunghesso i prati, s’allontanarono dagli altri che rimasero in basso, trattenuti dall’affanno e dal calore. L’Ugenti e lo Zaldini, offrendo le mani a Luisa, trascinandola a forza su per l’erta, scomparvero primi alla vista dei compagni in una valluccia angusta, avvivata da un ruscello garrulo e schiumeggiante. Il Siena più cortese restò sul sentiere tortuoso con la signora Boris, l’ingegnere e sua sorella, per soccorrerli nei passi disagevoli. Aurelio e Flavia si trovarono d’un tratto soli e liberi, come smarriti nel monte deserto, su una piccola prominenza erbosa a metà della china.
Quando il giovine se n’avvide, volgendo gli occhi in torno, ebbe un sussulto improvviso e violento in tutto l’essere. — Flavia era là, d’avanti a lui, come in quel giorno lontano sul minuscolo prato al sommo della pineta! Ella saliva pianamente per quella distesa inclinata, tra l’intonsa verzura, lasciando dietro di sè un mobile solco di fili prosternati. Portava ancora, come in quel giorno, l’abito grigio, attillato, senza guarnizioni, che una cintura d’un color di lilla pallido avvinceva strettamente sopra i fianchi sobrii e a pena arcuati. E recava in testa il cappellaccio di paglia dalle tese larghe e convesse, su cui risaltavan due tulipani sanguigni in un ciuffo di foglie e di spiche.
Oh, le memorie, le memorie! — Aurelio si volse, fissò gli sguardi laggiù verso il lago, all’opposta riviera dove biancheggiava il villaggio solitario. Era là, sotto di lui, remotissima, la pineta del palazzo, simile a un ammasso di cose oscure, indefinibili; era là il luogo nascosto e favorevole, dov’ella aveva per la prima volta incantato la natura e la sua anima. Ancora ella lo incantava; ancora e più, ella con la sua grazia annobiliva e irraggiava le apparenze per mezzo a cui passava. Eretta su lo sfondo verde e fiorito, come in quel giorno lontano, ella era simile a un’imagine immortale e immutabile. Anche una volta il giovine, contemplandola, non vide in lei la fanciulla ch’egli ben conosceva: vide l’arbitra del suo destino mortale, la custode della sua felicità, l’incarnazione portentosa del suo più schietto Sogno di giovinezza; vide l’Unica che avrebbe potuto far di lui un essere giojoso.
Con un impeto subitaneo, come spinto a tergo da una forza esteriore, accelerò il passo sul pendìo; e, giunto presso colei che lo precedeva, disse:
— Flavia, m’ascolti. È la prima volta, dopo molti giorni, che ci troviamo soli. Io ho passato due settimane di tortura ineffabile, cercando un mezzo per poterle liberamente parlare..... Oggi finalmente il caso mi ha favorito.... Ho bisogno di farle una confessione assai grave e di chiederle un consiglio.
— A me? — ella domandò con un accento ambiguo, d’incredulità e d’ironia, volgendo a pena il viso verso di lui.
— A lei, Flavia, a nessun altri che a lei.
Poi, dopo una pausa in cui parve ch’egli ascoltasse i palpiti accelerati del suo cuore, soggiunse:
— Ella mi troverà molto mutato; si stupirà del mio cambiamento radicale da un mese a questa parte. Io non ne ho colpa alcuna; ho fatto il possibile, signorina, per soffocare i nuovi desiderii e le nuove commozioni del mio spirito, per esser forte, per riprendermi e per dominarmi. Tutto fu inutile. Dirò meglio: ogni sforzo della mia volontà ribelle non riuscì che ad accrescere i miei turbamenti e le mie angosce. Io sento oggi che una sola via di salvezza mi rimane: quella di rivolgermi con tutta franchezza a lei, e di rimettere fiduciosamente nelle sue mani il destino della mia vita.
— Mio Dio! — esclamò la fanciulla, tentando di sorridere. — È una responsabilità troppo grave ch’ella mi vuole addossare! Io non credo d’esser da tanto, signor Aurelio.