Il viso del giovine si coprì di pallore; le sue mani tremarono; i suoi occhi si volsero inquieti in torno, come se un passo estraneo fosse risonato d’improvviso dietro di lui.
— Per carità, Flavia, non rida, non scherzi! — egli riprese a dire, rassicurato dalla solitudine; — ella deve comprendere ch’io parlo ora con tutta l’anima mia; ella da molto tempo deve aver compreso ch’io la cerco, ch’io la seguo, ch’io non perdo un’occasione di potermi avvicinare a lei. Ricorda, Flavia, quel giorno che son salito lassù, sapendo di trovarla sola, e l’ho interrogata? Ricorda il mio sgomento, la confusione delle mie parole? Ricorda bene la mia ultima domanda? Già fin d’allora avrei voluto confidarmi a lei interamente.... Era salito per questo, ella deve averlo compreso... E m’ha dato una risposta così fredda, così crudele!
Ella, che sempre camminava, sorrise.
— Crudele, ma meritata, — mormorò con un fil di voce, senza levar gli sguardi dal prato.
— No, meritata, no. Forse, prima; ma poi, poi.... e in quel momento!.. Ebbene, Flavia, ella non sa, non può sapere quanto io ne soffersi. Ella non sa ch’io ho passato giorni e notti intere, meditando quella risposta, analizzandola, rivolgendola dentro di me, cercando sotto le parole i sentimenti che potevano averla dettata.
— E perchè? — ella domandò, interrompendo, con un tono forte di voce e un atto superbo della testa, che diedero al semplice motto una significazione profonda.
Egli anche si eresse; egli anche per poco la fissò, sicuramente. Ma lo sguardo di lei dal basso in alto, uno sguardo armato, turbinoso, pieno di mistero, lo vinse, obbligandolo ben tosto a distoglier di nuovo gli occhi dal suo viso. Egli rispose dunque, umilmente, a capo chino:
— Perchè io l’amo, signorina Flavia.
La fanciulla non si scosse alla grande confessione. Si fermò, in aspetto indifferente, e mormorò dopo una pausa, abbassando le palpebre:
— Fermiamoci qui. Aspettiamo gli altri.