— Oh, Flavia! Flavia! — proruppe egli con impeto, irritato da quella freddezza, esaltato dalla sua audacia, deciso a combattere fino all’estremo. — Ella non mi risponde? Non ha nulla da dirmi, almeno per cuore, per pietà? Ella mi respinge dunque così....?!

— No, io non la respingo, — disse Flavia tranquillamente, rimanendo ritta di fronte a lui. — Non è ch’io la respinga. M’aveva chiesto un consiglio, e volevo pensare coscienziosamente prima di risponderle, appunto perchè le sue parole m’hanno colpita e il suo sentimento non mi può che insuperbire. Essere prescelta da lei, nobile, intelligente, coltissimo: è certo l’ideale sognato da una donna. Ma io ho sofferto, signor Aurelio; le tristi vicende della vita m’hanno resa cauta e diffidente.... Io so, io sento che, secondando l’impulso momentaneo, preparerei la mia, la nostra sventura avvenire... E questo non voglio.

— Oh, Flavia....

— Ricordo bene le sue parole, — ella continuò, senz’interrompersi, con un accento vibrato e sicuro, sempre ritta, sempre immobile di fronte a lui. — «L’uomo deve rimaner solo, libero, senza impegni, senza legami, se vuol riuscire nel suo intento, se vuol vincere e dominare.... L’amore è un’umiliazione... La donna è una ruina, un essere inferiore che affascina e che distrugge!...» Ella vede, Aurelio, io le ricordo tutte; e le ricordo perchè le ho a lungo considerate e meditate. Ho creduto allora a lei, come credo adesso; ma devo alle prime parole prestare una fede maggiore, perchè quelle eran dette pacatamente, risolutamente, senza influenza di commozione o di sentimentalità. Ora, pensi, pensi, Aurelio: come potrei, con la memoria lucidissima delle sue massime sconfortanti, abbandonarmi, spensierata e fiduciosa, all’illusione presente, al fascino ingannevole d’un sentimento, che in lei non può durare?...

— Oh, Flavia, ella dubita di me? — egli chiese, con la voce strozzata dall’affanno.

— Dio me ne guardi! Ma anche lei oggi si illude; anche lei s’inganna, in preda a un’esaltazione passaggera, che basterà la più piccola contrarietà a calmare e a disperdere.... Se io poi le intralciassi il cammino? Se io potessi un giorno esserle d’ingombro? Se in avvenire le dovessi costare il sacrificio de’ suoi ideali e delle sue giuste ambizioni? Ella avrebbe pure il diritto di rimproverarmi questo momento di debolezza e di malintesa condiscendenza; ed io avrei segnata per sempre la mia condanna!

— Le mie ambizioni! — egli esclamò, con doloroso sarcasmo. — I miei ideali! Io non rammento più neppure d’averli sognati!...

— E questo è appunto ciò che più mi sgomenta. Perché un giorno ella potrà dire con uguale sincerità: «Il mio amore! Io non ricordo più neppure d’averlo supposto!» E in quel giorno, gli ideali e le ambizioni si saranno di nuovo impadroniti di tutta la sua anima, come e forse più che in passato!... Ah, no, no, rifletta bene, signor Aurelio: è impossibile, impossibile! A lei è riserbato un avvenire di gloria, ben diverso dal mio. Ella deve restar solo. Alle sue idee predilette, alle grandi battaglie della vita, ella deve consacrare tutto quello che v’ha di alto, di buono, di nobile nel suo intelletto e nel suo cuore. Solamente così potrà vedere giorni felici; poichè il sogno, che ella ha accarezzato dai primi anni di sua giovinezza, è ben di quelli che si realizzano o rendono intollerabile qualunque altra realità.

Ella parlava con una tale sicurezza e una tal limpidità, che le sue affermazioni assumevano su l’animo dell’ascoltatore un’irresistibile virtù persuasiva. Egli non osava più interromperla; egli la guardava con un’indicibile angoscia, sentendo a poco a poco passare nell’anima sua le idee ch’ella gli veniva esponendo e impossessarsi contro ogni volontà della sua ragione. E vedeva l’ostacolo crescere tra loro, salire a mano a mano come una nebbia densa, dividerli per sempre e respingerli indietro, sempre più indietro, verso due plaghe remote, inaccessibili l’una per l’altra.

— Pensi poi al mio passato, al mio tristissimo passato, signor Aurelio! Esso pesa sopra di noi non meno grave del suo lieto avvenire. Pensi alla delusione, ch’io ho sofferta e m’ha distrutto ogni ingenuità del cuore, ogni fede, ogni entusiasmo! Che cosa potrei darle io oggi, in cambio del suo affetto? Un povero fiore, sì, ancora, ma senza profumo e che la bufera ha già fatto baciar la terra!.. Ella vede dunque: è meglio, è necessario per entrambi che questa follìa non continui. Lasciamoci da buoni amici, che si conoscono e si stimano. E proseguiamo senza rimpianti le nostre due vie, che son diverse e non possono confondersi. Più tardi, creda, ella penserà a me con riconoscenza; più tardi mi saprà grado d’essere stata forte e riflessiva in un momento in cui ella non lo era.