Flavia s’arrestò, calma, pensierosa, un poco triste, e lo fissò negli occhi intensamente.
— Ella, in cuor suo, già m’approva, non è vero? — chiese, con un pallido sorriso. — Addio, dunque. E... grazie!
Disse anche, dopo un silenzio:
— Si ricordi di me come d’un’amica sincera, devota, immutabile. Io non dimenticherò quest’ora della mia vita mai, mai...
E gli stese con un atto franco la mano.
Aurelio, passivo e attonito, la prese nella sua, la strinse con forza.
Si udivan da lontano le risa della bionda echeggiare contro il monte solitario; si udivan di qua e di là tintinnare i campani delle mandrie e dei greggi su i pascoli.
Il Sogno pareva disperdersi, e il risveglio era assai desolato. Egli era solo, senza più una speranza, senza più un’illusione. Egli sentiva nell’anima la necessità fatale d’esser solo, «per riuscire nel suo intento, per vincere e dominare.» Qualcuno aveva affermata questa necessità; ed egli se n’era persuaso. Su, su, sempre più in alto, egli sarebbe dovuto andare, continuamente andare, portando la croce della sua sapienza, anelando affaticato alla sommità del suo Golgota, dove avrebbe trovato ad aspettarlo la Morte. Quale forza terrena sarebbe riuscita a opporsi a una disposizione superna? «Chi, chi può dunque mutare il destino?»
Così era e così doveva essere. Le gioje dei mortali non eran per lui, non eran per quelli che son destinati a sacrificarsi a un Ideale, a versare il loro sangue più puro per fecondar la terra o per imbevere le sabbie. Su, su, sempre più in alto, egli avrebbe dovuto andare, continuamente andare, chiudendo gli occhi agli spettacoli giocondi della vita, per non morire lungo il cammino d’invidia e di desiderio!
Ma non gli era dunque riserbato un conforto, un unico conforto nella sua gloriosa sventura? Egli cercò avidamente nel suo cuore se un conforto esisteva. E l’imagine sparuta della nonna gli sorrise benigna di tra le tenebre, come la prima e l’ultima dolcezza del suo infinito abbandono.