Si fissarono così un poco senza parlare, in atto di sfida. L’eterno odio dei sessi, fatto di diffidenza, di paura e d’orgoglio, irritò e disgiunse le loro anime, le quali un istante prima eran già in atto di fondersi. Parve che ciascuno di essi volesse penetrare con gli occhi nell’intimo dell’altro, senz’esserne a sua volta investigato; parve, come in un duello, che ciascuno, raccolto nella posizione forte di guardia, indugiasse a muoversi per la tema di scoprirsi o nella speranza di sorprendere l’avversario con una botta fulminea.
Ella in fine si risolse a parlare.
— Io le risponderò, — disse con la voce grave, — come lei ha già risposto a una mia domanda altrettanto indiscreta: schiettamente, più che mai.
Aurelio la guardò, impassibile. Le parole crudeli non gli suscitarono in quel momento nessuna commozione: le ascoltò sorridendo, e concluse in tono scherzoso, ironicamente:
— Me ne rallegro molto con lei, signorina. E le chiedo perdono d’aver dubitato della sua coerenza.
Più tardi però, quando fu solo, quando l’imagine dell’amata si sostituì alla sensazione e la fantasia smussò gli spigoli pungenti della realità, egli, ripensando a quell’ultimo colloquio avuto con Flavia, ebbe le ore più torbide e più agitate della sua vita. L’idea d’aver sciupato un’occasione favorevole, d’aver distrutto con un movimento brusco e temerario l’incanto che stava già per avvolgerli entrambi, lo rese folle d’ira, di rimorso, di dolore. Il flutto di tenerezza e di passione, ond’era invaso, sommerse i piccoli rancori, gli impulsi vendicativi, le ribellioni dell’amor proprio; ed egli non sentì più se non lo schianto atroce della delusione, l’angosciosa tristezza del suo povero amore incorrisposto e spregiato.
Su le prime accettò senza discutere il senso letterale delle parole di Flavia, e giudicò irreparabile e definitivo uno stato di cose che era fuori del suo potere e della sua volontà. «Ella non l’amava; lo aveva respinto: ogni speranza dunque era omai perduta per lui.» Egli si vide, per il capriccio d’una sorte cattiva o per una tragica disposizione della Natura, perennemente solo e abbandonato tra esseri estranei o nemici. Pensò che la vita a tal prezzo non valeva la pena d’esser vissuta; pensò che la gloria era vana, l’umanità era trista, l’avvenire incommutabile o non meritevole d’esser commutato. Uno scontento immane del mondo e di sè stesso s’impadronì di tutte le sue facoltà. Egli rimase soffocato nella stretta di tanta desolazione, maledicendo all’esistenza e alle sue miserie, anelando inutilmente a un Bene, ch’era l’Amore e poteva anche esser la Morte.
Ma una reazione benefica, il ritorno spontaneo e naturale dell’illusione dopo lo scoramento supremo, non tardò a risollevare il suo spirito e a infondervi di nuovo il soffio vivificatore della speranza. Le sue abitudini di riflessione e d’analisi lo spinsero in buon punto a ricercare sotto il velame delle parole il loro senso recondito e a costruire pazientemente quelle ipotesi ch’eran per lui meno avverse e meno scoraggianti. — Era dunque ben certo che Flavia non l’amava? La sua ripulsa sdegnosa non poteva esser dettata da un tardo desiderio di rivincita, dall’istinto femminile di difendersi con la bugia, con l’astuzia, con l’offesa? E non l’aveva egli forse provocata e meritata quella ripulsa, con la sua domanda importuna e piena di sarcasmo? — Aurelio ricordò il sorriso che aveva a grado a grado modificato l’espressione della fanciulla, mentr’egli parlava a frasi interrotte e la corda della tenerezza vibrava ancora nel suo balbettìo confuso: Flavia certamente in quell’attimo aspettava da lui una qualche appassionata rivelazione, e l’aspettava palpitando d’impazienza e di piacere. S’egli, in vece d’inorgoglirsi e di reprimersi, avesse aperto con lealtà il suo cuore, probabilmente ella non avrebbe mutato contegno e non gli avrebbe risposto in tal guisa. «Ella dunque lo amava; ella non aveva inteso di respingerlo; ella poteva sempre divenire, quando egli lo volesse, la donna tua.» Un impeto folle di gioja trasportò la sua anima dagli abissi della disperazione al colmo della fiducia in sè stesso e nel suo destino. Egli tremò di soavità, pensando d’essere amato. Egli, imaginando l’avvenire, credette che la sua vita interna acquistasse d’improvviso un’accelerazione prodigiosa. La gloria era in lui; il trionfo della sua persona empiva di letizia l’universo. Ogni cosa si rischiarava; ogni ostacolo cedeva, come disperso dalla passione soverchiatrice. Gli passava da presso la Felicità, ed egli udiva bene nel silenzio il rombo delle sue ali; egli sentiva l’aria scossa e turbata dall’eterna Chimera proteiforme, dietro cui gli uomini volan travolti, come foglie nel vento d’un traino impetuoso.
Ma i dubbii e i timori lo circuirono da capo, appena l’analisi si spinse un poco oltre lo scopo per cui era fatta. Chi cerca il conforto negli artifizii del raziocinio corre gli stessi rischi di colui che cerca un tesoro nascosto nel fondo d’una palude. Il pensiero, nella sua indagine, non può d’un tratto arrestarsi contento alla migliore ipotesi, e trova sempre accanto a questa un’interpretazione contraria che ne abolisce ogni valore di certezza e ogni virtù di consolazione. — L’imagine del pretendente venne a frammescolarsi allora alle sue considerazioni, e distrusse con il suo solo apparire tutto l’edificio delle liete aspettative. Non era dunque possibile che il sorriso di Flavia fosse dedicato a costui? Non era possibile che un’analogia di situazione o di parole le avesse risvegliato nella mente il ricordo del fidanzato lontano, illuminandole il volto di dolcezza e di bontà? E l’ultima sua risposta non poteva essere in vece una superba menzogna, ch’ella aveva detto volontariamente, per nascondere a un estraneo il geloso segreto del suo cuore? Tutto ciò era possibile, ed era più disperante d’ogni altra supposizione! La gelosia rinasceva; l’odio contro il rivale noto e disprezzato saettava dentro di lui; il desiderio della fanciulla, inacerbito da quell’odio e da quella gelosia, diveniva uno spasimo inumano, una follia cupa e maligna che fomentava nel suo spirito i più temerarii e i più obliqui divisamenti.
Nei dì successivi il dibattito continuò viepiù fiero: ogni frase, ogni gesto di Flavia assunse nella sua imaginazione due sensi contradittorii, ai quali egli rimaneva a lungo aggrappato come agli orli d’una voragine. «Ella lo amava? Amava quell’altro o rimaneva fedele al primo che aveva amato?» Egli rispose mille volte, successivamente, a queste diverse domande con la stessa affermazione convinta, interpretando una parola di lei scelta a caso nel corso d’una conversazione indifferente, una sua occhiata fuggevole o un tremito delle sue palpebre, un sospiro, un sorriso o un silenzio.