— Perchè, mamma? Perchè?
— Perchè lo voglio. Perchè so che, se rimango a letto un giorno, non mi rialzo più.
— Che sciocchezza!... Del resto, se farai così, quando ti deciderai infine a rimanervi, sarà troppo tardi e forzatamente il tuo triste presagio si avvererà.
Egli si avvicinò a lei, la baciò su i capelli, le disse con la voce più dolce, implorando:
— Sii buona: ritorna a letto, mamma! Ascoltami!
— Non seccarmi! — ella proruppe d’un tratto, irosa. — Non ho voglia d’esser seccata, stamane! Lo vedi, non mi sento bene! Mi sembra d’avere il cuore sospeso a un filo! È una crudeltà questa tua di farmi arrabbiare nello stato in cui sono! Vattene via! Lasciami in pace!
Aurelio comprese ch’era inutile insistere. Uscì dalla camera di donna Marta, inseguito da un presentimento sinistro. Come fu solo su la loggia, sentì gli occhi bruciare e inumidirsi; mandò un gran sospiro di rassegnazione desolata. «Mio Dio! Quanto era pallida! Quanto era breve la sua respirazione! Se mi morisse?!» egli pensò, trasalendo, affondando per un attimo paurosamente gli sguardi nell’avvenire.
Durante la colazione, donna Marta si mostrò vivace, ciarliera, oltremodo allegra, di quella sua allegria nervosa e scomposta che ricordava un poco l’eccitazione d’un ebro. Domandò con insistenza al nipote i particolari dell’ascensione, alla quale era stata afflittissima di non poter prender parte; discorse a lungo dei vicini, profondendosi in elogi e in attestazioni di simpatia per essi; lo rassicurò anche a più riprese su la sua salute, affermando che in verità ella non si sentiva nè meglio nè peggio di prima. Quanto a quel po’ di tosse, càspita, non c’era proprio di che impensierirsi: ella aveva già ordinato a Laveno certe polveri miracolose, le quali senza dubbio ne l’avrebbero liberata in due o tre giorni al più tardi.
— E se non ostante le tue polveri, la tosse continuasse? — chiese Aurelio, sempre serio, sempre più triste quanto ella si dimostrava più gaja.
— Non temere: passerà.