— E se non passasse? Due o tre giorni senza cure posson esser causa di complicazioni anche molto serie, che oggi si riuscirebbe senza difficoltà a evitare. Pensaci! Vuoi che vada io a Laveno per chiamare il medico?
— Il medico? Guàrdati bene! Io non voglio saperne di medici! Non ne ho mai voluto sapere! E poi, ora, non è il caso neppur di parlarne. Si tratta probabilmente d’un semplice raffreddore; e tu, al solito, esageri....
Finita la colazione, il giovine uscì dal palazzo, sedette al sole sul rialto, invaso da una strana malinconia, da un’ansietà inesplicabile. Erano i residui del colloquio definitivo avuto con Flavia su la montagna, che gli infondevan quella cupa tristezza? No; gli avvenimenti di due giorni innanzi gli sembravano irreali e lontanissimi. Sentiva anzi una discontinuità profonda tra lui e il suo essere anteriore, tra quel che era stato e quel che era. Le sue speranze distrutte, il suo amore respinto, la coscienza del suo avverso destino lo lasciavano freddo e impassibile, com’esse non riguardassero più la sua persona, ma bensì un’altra ch’egli aveva già amata ed ora a pena ricordava. Che gli importava di Flavia? Che parte rappresentava ella nella sua vita? Che conforto avrebbe egli potuto trarre anche dalla speranza d’essere amato da lei? Ohimè, nell’ora presente, nessun conforto, nessuno! Altre cure, e più gravi, assai più gravi, occupavano omai tutto il suo spirito: altri dubbii, altri pensieri, altri sentimenti. Quali? Egli non sapeva bene e non cercava di sapere. Egli aveva paura di inoltrarsi nel mistero del suo accasciamento; provava orrore solo a rivolgervi di sfuggita gli occhi dell’anima; evitava d’investigarsi, per la tema di precisare il fantasma, d’udire in fondo a sè l’eco d’una tremenda profezia.
Il sole, un sole autunnale senza forza e senza vita, slargava i suoi raggi pallidi e velati sul prospetto del palazzo. Qua e là nel cielo alcuni fiocchi bianchicci di vapore intorbidivano l’azzurro, oscurandosi e addensandosi verso la pianura. Un silenzio di morte teneva la spiaggia deserta, dove le barche s’allineavano in disordine, immobili e abbandonate come carcasse respinte dall’onda.
Aurelio rimase a lungo seduto là, sotto quel sole scialbo, col corpo inerte e gli occhi incantati nelle nebbie. Poi, d’un tratto, sospinto da un’idea oscura, balzò bruscamente in piedi, rientrò a passi solleciti in palazzo, si trovò senza volerlo nella camera della nonna. Era vuota, spalancata, piena di luce: nessuna novità nella disposizione d’ogni minima cosa; nessun oggetto estraneo, su i mobili; il gran letto, coperto come di solito dall’ampia coltre verde, appariva piano, intatto, senza una piega e senza una concavità. Egli, quasi incredulo, volse a più riprese, attentamente gli sguardi in torno, per ricercare un segno che rispondesse alla sua inquietudine. La camera aveva pur sempre l’aspetto tranquillo e sereno dei giorni passati; nulla indicava in essa un cambiamento, una perturbazione, una precauzione recente. Le due fiale dello strofanto e della stricnina erano sole sul comodino, chiuse come sempre nei loro astucci neri.
Aurelio, illuso dalle apparenze, pensò: «Nulla è mutato; nulla si muterà.» E gli parve di liberarsi da un peso enorme, di respirare ancora liberamente dopo una lunga soffocazione.
Egli uscì su la loggia più calmo, quasi lieto, quasi immemore de’ suoi sospetti tenebrosi. Per un’astuzia incosciente, non volle presentarsi sùbito alla nonna, non volle rivedere il suo viso smorto e sparuto, temendo di distruggere o di menomare il beneficio superstizioso avuto da quell’ispezione nella camera di lei, piena di luce e di pace. Ridiscese al basso, attraversò difilato il cortile, si diresse a caso lungo la riva verso il villaggio di Ceresolo.
A pranzo, donna Marta non si mostrò meno gaja e meno spensierata che alla mattina. Parve anche al nipote che una lieve irradiazione rosea tingesse le sue povere guance avvizzite, — che i grandi occhi neri avessero il loro lampo consueto. Pensò, guardando l’avola, che discorreva senza tregua: «Ella è forte; ha una vita misteriosamente tenace; ella guarirà; ella vivrà a lungo con me.» Ma un accesso di tosse ostinato venne a interrompere il corso delle sue considerazioni per ripiombarlo nelle tenebre dei dubbii e degli scoramenti. Il corpo debole della vecchia piegò sotto l’urto, le sue palpebre si gonfiarono di lacrime; un gorgoglio umido si udì in fine nel fondo della sua gola. Aurelio impallidì. — Quel rossor vivo su gli zigomi, quegli occhi scintillanti non eran dunque sintomi di febbre?
— Come ti senti, mamma? — egli domandò, ansiosamente.
— Meglio, — ella rispose, e scosse con un atto blando il capo. — Non bisogna impensierirsi per un po’ di tosse. Non ti sembra già diminuita da stamattina?