Si levò in piedi con uno sforzo visibile; salutò il nipote, rivolgendogli uno sguardo pieno di tenerezza (insisteva sempre su le sue labbra quel sorriso contratto, ch’era l’estrema dissimulazione pietosa del suo spirito già invaso dalla paura); e, chiamata Camilla, uscì al braccio di questa, faticosamente, dalla sala, — povero essere rattrappito, deforme, ignobile cui l’argento della chioma infondeva pure un’ultima tragica maestà.
La mattina seguente, Camilla si presentò inaspettata nella camera d’Aurelio poco dopo l’aurora.
— La signora la vuole, — disse con la voce rotta dall’affanno, precipitosamente: — venga sùbito!
Il giovine, che stava vestendosi, ebbe un sussulto violento. Non osò interrogare la giovinetta, non osò trattenerla. La seguì, passivo e taciturno, lungo il portico, con il viso alterato dall’angoscia. Entrò dietro di lei, quasi sospinto da un turbine, nella stanza dolorosa; e corse al letto, al gran letto bianco, dove la vecchia stava seduta, appoggiata con le spalle a molti guanciali sovrapposti, i capelli canuti erti su la fronte, gli sguardi stravolti e immobili come perduti in una visione terrifica.
— Che hai, mamma? — egli domandò, ponendole una mano sul capo, chinandosi fino a guardarla nelle pupille. — Che hai?
Ella mormorò, desolata:
— Ah, figliuol mio! Io muojo....
— Ma no... Perché dici questo? Che ti senti?
— Mi sento male, molto male. Ho passato una notte spaventevole. Se avessi potuto, ti avrei chiamato. Ma come fare? Ero sola!... Ho temuto di non rivederti più, di morire senza salutarti....
— Bisognerà chiamare un medico, sùbito.