— È quello che volevo dirti, — ella aggiunse, alzando le spalle con un atto rassegnato. — Telegrafa a Milano al dottor Demala.

— Sì, mamma. Intanto però faccio venire il medico di qui. Credo che tu ti spaventi a torto; credo che tu esageri: egli sarà a Cerro fra un’ora e ti potrà ridare un po’ di coraggio.

Aurelio discese da Ferdinando, lo mandò a Laveno con un telegramma urgente per il dottor Demala e l’ordine di ricondur sùbito con sè il medico del Comune. Quindi risalì sollecitamente nella camera della nonna.

Donna Marta, che pareva più tranquilla, gli disse:

— È tempo ch’io muoja, figliuolo mio! Forse la morte mi darà la pace che non ho mai goduta in vita. La morte potrà sola farmi dimenticare tutto il male, che ho visto e ho sofferto. Son vecchia, stanca, logora, travagliata da mille dolori! Credilo: è tempo ch’io muoja; è bene ch’io mi riposi alfine sotto la terra.

Il giovine cercò di disperdere il livido presagio che occupava la mente dell’avola. Sedette al capezzale, prese una mano di lei nella sua, le parlò sorridente del domani, componendole una prospettiva d’illusioni serene, un’apoteosi di calma e d’amore su le rovine del passato crudele. E non tacque, finchè non vide accendersi un fievole raggio di speranza in quegli occhi indeboliti e dilatati dal lungo pianto, dal morbo e dall’età.

La nonna in fine s’assopì. Egli fece chiudere le persiane, e rimase seduto presso di lei a vegliarla, nell’ombra. Un gran silenzio era d’intorno. Dal parco veniva il croscio sordo d’una fontana e a tratti, appena sensibile, il canto melodioso d’una capinera. Null’altro. Il respiro dell’inferma, fattosi nel sonno più aspro e più forte, pareva dominare la calma mattutina e scandire con ritmo sinistro il tempo che fluiva.

«Povera creatura!» pensava Aurelio, osservando il volto della progenitrice, irriconoscibile con gli occhi chiusi, contraffatto dalle rughe e dalle pieghe, con il mento spostato in avanti, con i capelli scomposti su la fronte in guisa di fiamme nivee. «Povera creatura! Ella è stata veramente infelice! La corona degli Imberido pesò su la tua testa più grave d’una maledizione!» E, poichè nelle ultime parole della vecchia eran passate le imagini atroci che ne avevan già insanguinata la memoria, più profonda risorse in lui la pietà per quella fragile donna a cui gli eventi avevano riserbato d’assistere alla fine di tre generazioni d’uomini amati, spenti tutti nel fior degli anni da una stessa tragica sorte.

In che dramma luttuoso doveva risolversi per lei il dolce idillio sbocciato per incanto, tra i sogni ribelli e i propositi guerreschi, nel piccolo giardino di casa Imberido, profumato dalle rose e dagli aranci! Là, ella aveva visto il padre e colui, che sarebbe poi divenuto il suo sposo, stringersi la mano in un patto di fratellanza mortale. Là, tra il susurro feroce delle cospirazioni, ella aveva sentito nascere, come un fiore dal sangue, il primo e solo amore di sua vita. Oh, con che accelerazione prodigiosa aveva dovuto battere il suo cuore d’adolescente in quel giorno illusorio, quando il giovine patrizio, circonfuso da un’aureola d’eroismo, le aveva confidato all’ombra d’un viale solitario le sue fiere speranze e il suo affetto sconfinato! Fu quello l’unico tempo felice della sua vita, e fu così breve!... Un anno dopo, il padre usciva per l’ultima volta dalla sua dimora, pallido, ammanettato, stretto in torno dai birri austriaci per salire il palco infame e penzolare nel vuoto, tra i chiarori dell’alba, d’avanti alle mura del Castello. Tre anni più tardi anche lo sposo doveva lasciarla sola per sempre, e partire verso una città remota, verso una carcere sotterranea e bieca, dove la paura degli oppressori lo aveva segregato e d’onde una morte precoce non l’avrebbe lasciato mai più ritornare! Ah, quella sera lontana d’agosto, quando le era giunto inaspettato l’annunzio funereo nella gran sala del palazzo deserto, mentre il fanciullo, inconscio e immemore, giocava e rideva a’ suoi piedi!... Ella se ne ricordava come d’una cosa avvenuta jeri; e, ogni volta che ne discorreva con lui, i suoi occhi si riempivan di lacrime, irresistibilmente. Non poteva essersi placato il destino dopo le due prove funeste? No, il destino glie ne imponeva una terza, e forse la più inumana di tutte! Di nuovo, trascorso un periodo di calma rassegnata, erano incominciate per lei le lotte, le angosce, gli spaventi, le disperazioni nel contrasto con il figlio indocile, caparbio, violento, smanioso di piaceri e di prodigalità. Ella, impotente a frenarne desiderii e ambizioni, aveva tentato in vano di salvare con un’alleanza fortunata i più sacri tesori familiari: la nuora, per colmo di sventura, era spirata mettendo alla luce un bambino, e Alessandro aveva tosto ripreso le sue abitudini grandiose, dissipando in pochi anni il resto della ricchezza paterna e la dote della povera morta. Da allora i tristi fantasmi si succedevano senza tregua nella memoria infaticata della vecchia; e il nipote, vegliando sul suo sonno inquieto, li evocava tutti in ordine come li aveva uditi raccontare da lei nelle sue ore di confidente abbandono: il mesto esodo dall’antico palazzo, consacrato da tanti ricordi e venduto all’asta dai creditori impazienti; i prodromi del male misterioso, che doveva condurre al sepolcro il figliuolo, apparsi sul finir d’una notte al suo ritorno da un’orgia; il graduale deperimento d’Alessandro, inesplicabile ai medici che lo curavano; l’indebolirsi della sua ragione; i primi vaneggiamenti, le prime stranezze, le paure infantili, gli scoppii improvvisi di pianto; poi il rapido aggravamento e gli strazii inenarrabili di lei, che non poteva più farsi riconoscere, che si sentiva una estranea, un’ignota di fronte al figlio inebetito; in fine la terribile agonia, le imprecazioni mute del morituro contro di lei, contro la madre, l’ultimo grido e l’atto di lanciarsi verso la finestra spalancata, il rantolo breve e l’immobilità della fine!

Tutti gli episodi amari di quell’esistenza tornavano nella memoria d’Aurelio, a uno a uno, osservando il volto cadaverico della nonna assopita, che agitavano a intervalli moleste visioni. Ed egli, riandandoli, pensava con maraviglia alla resistenza tenace del suo fragile organismo, alla freschezza incorrotta della sua anima, che a traverso tante e così gravi avversità non s’era sciupata, nè invecchiata, nè inacidita, nè delusa. Come, come non era ella già morta di dolore? Come aveva potuto trovare ancora un sorriso, dopo tante lacrime sparse inutilmente sopra le cose irrimediabili? Eppure ella era rimasta semplice, innocente, spensierata, amante della vita, come nei primi anni felici della sua adolescenza, come una bambina ignara d’ogni tristizia! Ella aveva piegato, a mo’ d’un giunco, sotto le raffiche veementi, e s’era sempre rilevata per ricever di nuovo, pienamente, l’impeto d’altre raffiche! «Ma ora? ora?» si chiese il giovine riguardandola, angosciato. «Ora che è tranquilla, che è libera d’ogni cruccio, d’ogni angustia, d’ogni paura, ora potrebbe dunque morire?»