Dopo due ore d’ansiosa aspettazione, il medico giunse. Era un giovine di trent’anni, pallido, bruno, con una foltissima capigliatura castagna, con un sorriso ironico continuamente fisso su le grosse labbra escoriate. Egli visitò l’inferma con cura minuziosa, si chinò a più riprese sul suo torso denudato (oh, come spiccavan le costole a traverso il debole involucro della pelle!), glie lo percosse in ogni parte, ascoltò i battiti del cuore, rivolse a lei e al nipote molte domande precise, e concluse in fine sorridendo che non c’era ancora motivo d’impensierirsi, che bisognava attendere, che si trattava per il momento d’una leggera bronchite, un poco inquietante solo per le tristi condizioni del cuore.
— Non morirò, dottore? — gli chiese donna Marta, in forma di scherzo, salutandolo.
— Signora mia, — egli rispose allegramente, — la nostra vita è in mano di Dio; ma, per quanto ne sappia, non credo ch’ella sia finora in disgrazia di Quello lassù. In tanto, pensi a scacciare le cattive idee per discendere al più presto da quel letto, dove si sta bene di notte ma non di giorno, e sopratutto in campagna. A rivederla.
E al nipote, che lo interrogava ansioso, lungo le scale, egli rispose asciutto e risoluto:
— Non ho altro da aggiungere, signor conte. Speriamo che non sopraggiunga qualche complicazione. Ora le scriverò una ricetta, e passerò stasera o domattina a rivederla.
Nel pomeriggio le signore Boris, avvertite della visita del medico, vennero premurosamente a chieder notizie di donna Marta. Parevano entrambe molto addolorate, e non entrarono nella sua camera che in sèguito alle esortazioni insistenti d’Aurelio. La vecchia, già alquanto sollevata dalle parole del dottore, ebbe dalla loro presenza quasi una conferma della poca gravità del suo male: le accolse dunque con visibili segni di gioja, le fece sedere amabilmente accanto al letto, ritrovò con esse per un’ora la sua loquacità ilare e giovenile. Anche la signora Teresa, rassicurata dall’umore eccellente dell’inferma, dimise ben presto il suo contegno grave e compunto; e la conversazione s’accese tra loro viva, leggera, volubile, come già sul rialto negli ultimi convegni.
Aurelio, seduto dall’altra banda del letto, guardava fissamente Flavia: non l’aveva mai veduta così smorta e così commossa; ella non diceva che una qualche parola di quando in quando, allorché era direttamente interrogata da sua madre o da donna Marta, e teneva gli sguardi bassi: una ruga prolissa le solcava la fronte tra ciglio e ciglio. Il giovine la guardava, cercando d’immaginare la causa di quella sua mestizia; e, inconsapevole, traeva dalla vista di lei una dolcezza serena, un senso indefinibile di pace e d’oblìo, che si stendeva come un fitto velo su le angosce profonde della sua anima.
Il giorno declinava: il sole era scomparso dal giardino; un soffio di brezza entrava dalla finestra aperta, gonfiando le tende, movendo il lembo delle coltri a pie’ del letto. D’un tratto la vecchia, che discorreva animatamente, ammutolì, s’abbandonò inerte su i guanciali. Un tremito agitò i suoi occhi, che parvero appannarsi, confondersi nel vuoto, perdere ogni luce; un fioco rantolo, come un cigolìo interno, s’udì distinto nella sua respirazione accelerata.
— Donna Marta! Donna Marta! — chiamò la signora Teresa, alzandosi di scatto in piedi, avvicinandosi a lei, sgomenta dal suo aspetto e dal suo silenzio improvviso.
L’inferma non rispose, nè si mosse. Anche Flavia e Aurelio s’eran levati e l’osservavano ansiosamente.