— Che l’abbia fatta parlar troppo?... — chiese confusa la Boris all’Imberido. — Dio mio! Se l’avessi imaginato!... Forse sarà stanca; forse avrà bisogno di riposo....
— Sì, di riposo.... — mormorò con un sospiro l’inferma, quasi si scotesse allora da un deliquio momentaneo. E tentò di sorridere, e stese con uno sforzo la mano per salutare.
Le donne, prima d’uscire, la baciarono entrambe sul viso con sincera effusione.
— Non ci tenga in pena! Si alzi presto. Noi siamo perdute senza di lei; — aggiunse Flavia con la voce tremula, mentre stava per varcare la soglia.
Aurelio, incitato dall’avola, le accompagnò lungo il portico fino alla scala.
— Se ha bisogno di noi, ci comandi, — gli disse la signora Teresa. — Io e Flavia saremo ben liete di poterle esser utili in qualche cosa. Se vuole, per esempio, che qualche notte la vegliamo noi.... Flavia è una buona infermiera; io ne conosco tutta la pazienza e tutta la sollecitudine.... Ella non cerca altro.
— Oh, sì, signor Aurelio, — esclamò impetuosamente la giovinetta; — voglio tanto, tanto bene a donna Marta!
Ella arrossì così forte che parve le si fosse raccolto tutto il sangue delle vene sul viso. E distolse sùbito con un atto timido gli occhi, che scintillavano, da quelli del giovine. — Perché Aurelio fu assalito da un brivido alle sue parole e al suo turbamento? Egli ebbe un’intuizione fulminea dei tristi pensieri che si movevano nella mente di lei; egli credette d’indovinare il perché della sua malinconia presso il letto della nonna ammalata. — Era vero! Era vero! Ella lo amava: ella temeva per lui; ella tremava per lui su la vita della sua cara! — Un trasporto di tenerezza e di gratitudine lo spinse irresistibilmente verso la fanciulla; ma non fu che un attimo. L’eccitazione sentimentale si placò; il tumulto del cuore si tacque; alla certezza della prima supposizione successe il dubbio, lo scoramento, l’indifferenza. Egli rientrò, già immemore di lei, nella camera di donna Marta, tenuto da una sola ansietà, sorretto ancora da un’unica speranza.
Quella notte Aurelio non si coricò nè potè chiudere occhio. Rimase sempre al capezzale dell’inferma, assistendo inutile e straziato alle sue inquietudini, alle sue sofferenze, a’ suoi delirii, alle sue soffocazioni. Dieci lunghe ore, interminabili, egli rimase accanto a lei, nell’ombra della vasta stanza a pena mitigata da una debole fiamma oscillante, nel lugubre silenzio della campagna rotto a tratti dai lamenti dei gufi o dallo strepito sordo del vento. Donna Marta non ebbe un attimo di requie durante l’intera notte: oppressa dall’affanno, ora accesa da un calore intollerabile, ora assiderata da un gelo mortale, s’agitò, smaniò, rigettò indietro le coltri, s’avviluppò in queste fino ai capelli, domandò di vestirsi, d’uscire; sotto un accesso più violento, supplicò perfino il nipote d’andar sùbito a prendere il prete perchè si sentiva morire, morire. Livida, stravolta, con le chiome in un disordine fantastico, con gli sguardi spenti o inferociti, ella a ogni momento lo chiamava a sè, gli afferrava con forza una mano, gli chiedeva come folle se quel martirio doveva durare eterno, se quella notte non doveva finire mai più.
In vano Aurelio cercò di rassicurarla, ricordandole le parole dette dal medico alla mattina; in vano cercò di frenarla, spiegandole il danno di quelle smanie e di quelle frenesie, supplicandola, almeno per amore di lui, d’esser più calma, di dominarsi, di non abbandonarsi in tal guisa alla disperazione. Ella non lo ascoltava più; ella non sentiva se non i bisogni momentanei del suo corpo addolorato: aveva caldo, e violentemente si scopriva; aveva freddo, e si sprofondava rabbrividendo sotto le coltri; non poteva respirare, e chiedeva l’aria libera, e voleva uscire così, sola, nelle tenebre, verso l’aperta campagna dove, tremando di desiderio, udiva il vento frusciare.