Su l’alba finalmente ella s’acquetò un poco. Esausta, ricadde su i guanciali, chiuse gli occhi e parve assopirsi. La candela, tutta consunta, agonizzava a pie’ del letto. Aurelio s’alzò con precauzione, andò in punta di piedi a spegnerla, ritornò sùbito al suo posto vicino all’inferma. Si sentiva stanco, sfibrato, aggranchito; ma non aveva sonno. Un’apatia desolata fasciava la sua anima; non un palpito di pietà, di dolore, di sgomento sollevava il suo petto; egli era vuoto, vuoto e nero come una caverna senza luce. E stette immobile, lungamente, finché apparve il sole, a contemplare quel viso cereo, ossuto, spettrale che, senza il rantolo umido gorgogliante nella gola, si sarebbe detto l’imagine d’una morta.
Il medico di Laveno entrò verso le nove nella camera di donna Marta, tranquillo, indifferente, con il suo immutabile sorriso un poco ironico su le grosse labbra escoriate. Sedette, senz’aspettare un invito, su la sedia prossima al letto; ascoltò, stupito e quasi incredulo, la descrizione della notte tormentosa che gli fece l’ammalata e il vegliante confermò. S’era appena levato in piedi per esaminarla novamente, quando Camilla venne ad annunziare l’arrivo del dottor Demala.
Questi, un uomo tarchiato e possente dalla testa enorme, dagli occhi piccoli e brillanti sotto due foltissime sopracciglia brizzolate, era un vecchio amico di famiglia: aveva prestato le sue cure amorevoli durante la lunga infermità del padre Imberido; e conosceva a fondo le tristi condizioni di salute della contessa per averla assistita più volte nelle sue frequenti indisposizioni di cuore e di bronchi. S’avvicinò sinceramente commosso a lei, le prese con affetto una mano nelle sue.
— Che mi fa, donna Marta? — disse con la sua voce cordiale. — Che brutte sorprese mi riserba, vivendo lontana da me?
— Caro dottore, — ella rispose puerilmente, rianimata dalla sua presenza. — Avevo tanto desiderio di vederla, che ho fatto il possibile per ammalarmi....
— Ho sentito! Ho sentito!... — soggiunse il dottore, avendo già interrogata Camilla su le cause del male. — Sempre imprudenze! E sì, che sarebbe ornai tempo di metter giudizio!... Vediamo dunque che c’è di nuovo.
I due medici la visitarono insieme alla presenza d’Aurelio. Poi, rassicurata l’inferma, uscirono insieme dalla stanza, seguiti da lui più pallido e più ansioso che non mai. Quando furono al basso, il dottor Demala dichiarò schiettamente trattarsi d’un’infiammazione piuttosto estesa al polmone sinistro, che lo stato del cuore rendeva oltremodo grave e pericolosa. Non potendo ritornare a Cerro il giorno successivo, raccomandò l’ammalata alle cure del collega e pregò l’Imberido di telegrafargli sùbito in caso d’urgenza: ordinò le punture di caffeina, una soluzione espettorante e le polveri di chinino se la febbre fosse ricomparsa.
Nel risalire in barca, disse al giovine che lo guardava muto, attonito, accasciato, quasi implorando una parola di conforto:
— E tu, Aurelio, non perderti d’animo. Io doveva dirti tutto; ma ora soggiungo che finora non s’annuncia alcun pericolo imminente. Si può sperare.... Si ha diritto di sperare che tutto si risolva secondo i nostri desiderii. A doman l’altro; e fate in modo ch’io la trovi meglio.
E la barca s’era allontanata, mentre i due medici discorrevano tra loro animatamente.