Il giovine rimase solo su la spiaggia, ritto, immobile, accompagnando con gli occhi il vecchio amico che forse aveva cercato d’illuderlo. «Sarebbe troppo, troppo!» ripeteva meccanicamente dentro di sè; e le ginocchia gli vacillavano, e il battito del cuore pareva soverchiare lo strepito dell’onda contro il greto. Quando la barca s’eclissò, egli si mosse: andò a gittarsi sul divano in sala da pranzo; si strinse il capo tra le mani, come volesse spremere le lacrime che non volevano sgorgare. «Sarebbe troppo, troppo!» esclamava a tratti, senza più intendere il significato delle sue parole; e aveva la sensazione d’esser seduto nella più fitta oscurità e di non potersi alzare, non sapendo dove mettere i piedi, dove dirigersi, dove trovare una via di salvezza. Come levò gli occhi trasognati, quasi uscisse da un letargo profondo, vide d’avanti a sè nel sole il tavolino da lavoro della nonna e la grande poltrona vuota. Quell’apparizione subitanea di cose memori su la soglia della sua coscienza lo riempì di terrore e di cordoglio: nulla, nulla al mondo, neppure la stessa presenza dell’avola spenta, avrebbe potuto dargli un’idea più chiara e più tremenda della sua sciagura. «Ecco,» egli si disse, «quelle cose non mutano e non muteranno; il sole scendeva a illuminarle quand’ella le occupava; il sole scende sempre a illuminarle, ed ella non vi è più!» Sentì che il pensiero di nuovo gli si confondeva; che il cuore a poco a poco rallentava il palpito; che la tension dei nervi s’ammorbidiva, sotto il peso d’un’immane e schiacciante fatalità. Un nodo di pianto gli salì alla gola. La vista gli si offuscò. Egli piegò la povera testa su le palme, e ruppe alla fine in singhiozzi, perdutamente.
Nel pomeriggio ritornarono le signore Boris a veder l’ammalata; rimasero a lungo presso di lei, quasi sempre silenziose; se ne andarono tristi e scorate quando il giorno tramontò, raccomandando ancora ad Aurelio di non dimenticarle, di ricorrere a loro senza riguardi per qualunque servizio. La sera cadde; e donna Marta, ch’era stata fino allora a bastanza tranquilla, riprese ad agitarsi, a lamentarsi, a rantolare. Nè il nipote nè la fantesca poterono abbandonarla un sol momento durante l’intera notte, che fu assai più torbida e spaventosa della precedente. Verso il tocco un temporale scoppiò sopra il golfo, riempiendo l’aria di bagliori e di boati; e l’inferma incominciò a delirare. Ella voleva alzarsi, voleva partire, voleva fuggire; e, come Aurelio la tratteneva, in un risveglio di memorie antiche chiedeva soccorso alla madre, non riconoscendo più il figlio di suo figlio, credendolo un estraneo che volesse chiuderla per violenza in quel luogo di tortura.
— Mamma, mamma, ajutami! Portami via! — ella urlava con la voce rauca, strozzata dall’affanno, mentre cercava di svincolarsi e di precipitarsi dal letto.
E nulla nella notte, tra il frastuono della bufera, era più tragico di quel grido infantile nella bocca d’una vecchia canuta e moritura!
L’alba alfine s’annunciò, una lugubre alba piovosa come d’autunno estremo. L’inferma ricadde affranta su i cuscini, invocando la madre in un ultimo fievole grido; Camilla, pallida e disfatta dalla veglia, s’assopì reclinando il capo sul piano del letto; Aurelio, in punta di piedi, uscì sotto il portico per respirare, per sottrarsi alle visioni di follìa che l’assediavano nella camera dolorosa.
Su la loggia di fronte, dalla parte abitata dai Boris, splendeva ancora nel timido crepuscolo un lucignolo d’avanti a un’icona. L’imagine, consacrata dalla fede, rispettata dal tempo e dagli uomini, era un piccolo brano del fresco, che illustrava in origine tutte le pareti del portico superiore e che più tardi era stato ricoperto da un intonico bianco per la volontà d’un marchese de Antoni, pauroso di quelle figure allegoriche e oscure tra cui a ogni tratto si vedeva la Morte spietatamente falciare. Era un gran volto di donna giovine dai lineamenti incerti e rozzi, ma d’una singolare espressione mistica nei larghi occhi smunti rivolti verso il cielo. Rappresentava forse in origine una martire nella estatica aspettazione del supplizio; ora però quel volto appariva coronato da una aureola circolare di fattura recente, e si diceva l’imagine della Madonna. I guardiani del palazzo e la gente del villaggio asserivano poi che l’icona aveva compiuto nel tempo trascorso molti miracoli, e che, velata anch’essa dall’intonico, se n’era liberata ed era riapparsa sola in una notte, maravigliosamente.
Il giovine, inconsapevole, fu attratto da quel lume, che oscillava al vento umido dell’alba. Attraversò cautamente i due lati della loggia, giunse presso al sacro emblema e si fermò, come arrestato da un ostacolo, d’innanzi ad esso. Un’immensa desolazione era in lui: la sua anima era piena d’ombra e di mistero. Grandi fantasmi vi si levavano a tratti, fluttuavano alquanto nel vuoto, svanivano verso l’alto, quasi assorbiti da una fauce immane spalancata sopra di essi. — Tutto era vano! Tutto era triste! Tutto era irreparabile! A che valevan gli strazii, i timori o le speranze? — Quel volto, ch’egli contemplava, gli diceva l’inutilità d’ogni nostro sforzo; gli diceva la fatalità degli umani eventi, i quali son come prescritti in un libro secreto e immutabile; gli insegnava che all’ora scoccata il destino si compie inesorabilmente contro ogni volontà, contro ogni opposizione, contro ogni rivolta; gli insegnava ancora che agli uomini non resta che pregare o piangere, pregare per rassegnazione, o piangere su la loro sventura e su la loro impotenza!
La vita perdeva pregio, significato, valore. Essa non era che una lotta disperata, una lunga sofferenza, un perenne sacrificio nella sola aspettazione della fine. E i piaceri, le ambizioni, le glorie di questa terra eran gli inganni d’una Natura ostinata, forse le insidie d’un Ente vendicativo per tenerci legati fino all’estremo soffio alla nostra catena. E poi? Poi veniva il nulla, l’ignoto, l’eternità. Il nulla, proprio il nulla? dopo tanto soffrire, dopo tanto sognare, dopo tanto pensare? Era dunque possibile che l’esistenza individuale, questa unica realità intelligente, non avesse uno scopo? — L’idea religiosa batteva alla sua porta: l’eredità mistica si risvegliava nel suo sangue cristiano, in quell’ora di prostrazione, d’avanti a quell’antica imagine che aveva fatto miracoli. Egli, il superbo, s’umiliava; egli, il sapiente, rinnegava d’un tratto la sua dottrina, il nobilissimo frutto di lunghi studii e di profonde meditazioni. Il mistero dell’Irreparabile, ond’era tutto circondato, compiva il prodigio della sua conversione, distruggeva la sua vanità, risuscitava dalle ceneri la sua fede sopita. Era la scintilla repentina; era la percossa improvvisa: egli provava il bisogno di credere in qualche Essere superiore, onnipotente, a cui rivolgere in quell’ora i suoi voti. Alcuni ricordi lontani ricorsero nel suo cervello; preludii d’orazione s’illuminarono; una suprema speranza gli cantò deliziosa nel cuore. Egli piegò le ginocchia fino a terra, congiunse le palme, chinò sul petto il capo orgoglioso; e in quell’atto di devozione puerile, come già negli anni ottusi dell’infanzia, recitò le preghiere obliate da tempo immemorabile, invocando dalla pietà divina la salvezza della sua cara, che disperava omai d’ottenere dalla scienza e dalla sollecitudine degli uomini.
Per alcuni dì donna Marta vacillò tra la vita e la morte. Durante il giorno pareva che si riavesse un poco, aveva ore di calma e di sonno tranquillo; appena scendeva la sera, ricadeva subitamente nello stato febbrile, era ripresa dalle soffocazioni, dalle nausee, dalle smanie, dai delirii. E allora diveniva veramente terribile: respingeva con violenza il dottore, rifiutava cibi e rimedii, vituperava il nipote e la fantesca; intollerante d’ogni freno, ribelle a qualunque consiglio. Sopra tutto contro Camilla ella nudriva un astio e un rancore, inesplicabili. Tal volta, durante una tregua, ella chiamava a sè Aurelio, e gli diceva sotto voce, con circospezione paurosa:
— Manda via costei! Te ne prego, mandala via! Non la posso vedere....