E i suoi occhi avevano lampi d’odio, come al cospetto d’un nemico temuto e minaccevole.

Fortunatamente, dopo due notti insonni, la ragazza, gracile e impressionabile, non potè più reggersi in piedi e per ordine dello stesso medico dovette ritirarsi. Flavia venne a sostituirla, e parve che portasse, con la sua grazia e la sua dolcezza, un ultimo impulso di vita a quella povera anima esausta.

La notte, donna Marta si mostrò in fatti più calma, più coraggiosa, più ragionevole. Era per simpatia? Era per deferenza? Era per soggezione o per vergogna? Bastava che Flavia si rivolgesse verso di lei, perchè d’un tratto si ricomponesse, frenasse le sue irrequietudini, dissimulasse sotto un pallido sorriso di persona stanca i suoi interni tormenti. Quando la giovinetta si inchinava sul suo viso per baciarla o le prendeva una mano per sentirne il battito del polso, i suoi lineamenti contratti si rilassavano per incanto, sembrava ch’ella provasse un gran sollievo, che le si comunicasse al solo contatto un po’ di quella forza giovenile. Quando le porgeva le medicine, ella si sollevava sùbito a sedere e le sorbiva in fretta, senza una protesta, sogguardandola anzi con occhi gonfii di riconoscenza. Tal volta, come il male le strappava un gemito incontenibile, ella si volgeva pentita alla vegliante, e, se per caso incontrava il suo sguardo, mormorava con la voce tanto mite:

— Ho parlato?... Non so.... Dormivo....

E socchiudeva tosto le palpebre, fingendo di riprendere il sonno interrotto.

Aurelio rifinito dalle fatiche e dalle angosce di quei giorni, eppure tenuto desto dall’insonnio nervoso, stava seduto in un angolo bujo, e osservava. Era vero tutto quanto gli stava d’intorno? A lui pareva di sognare: come in un sogno, in fatti, gli si presentava la camera grande, che una candela posata in terra illuminava fantasticamente dal basso in alto, rilevando le cose che di solito non eran visibili, lasciando in un’ombra densa quelle altre a lui note. Come in un sogno, la figura di Flavia si moveva continuamente tra quelle strane apparenze, e non suscitava nei passi il benché minimo strepito: il lembo delle sue vesti chiare era dorato dai riflessi della luce, ma la sua testa si perdeva nell’oscurità ed era irriconoscibile. Egli, ottuso dalla stanchezza e dall’immobilità, guardava, attonito e quasi incredulo, intorno a sè: — era proprio la camera dell’avola, quella? era Flavia, colei che gli passava d’innanzi in silenzio, più leggera d’uno spettro?

Il giovine non poteva credere alla sua ragione; non poteva credere alla stessa evidenza. A tratti le idee gli si confondevano, la realità gli sfuggiva, e la fantasia dava alle sue sensazioni aspetti falsi, difformi, inaspettati. Egli allora vedeva una donna nuova nella sua casa, sola padrona e arbitra; la vedeva in una stanza sua aggirarsi, frugare nei tiretti, cercare e trasportare le cose sue, accostarsi sicura a un gran letto bianco, che nell’ombra grave imaginava deserto. Quella era bene la sua donna; era la sua compagna, e quel gran talamo bianco era il loro. Flavia o un’altra? Era Flavia, non poteva esser che Flavia. Grandi fatti erano avvenuti, che ora non rammentava più; ed egli l’aveva sposata!... L’ipotesi non lo sgomentava, anzi gli dava un’impressione profonda di ristoro. Non era egli solo, triste, abbandonato nel mondo, senza parenti e senz’amici? Aveva una donna accanto a sè, che lo amava, che lo curava, che lo assisteva vigile e solidale nelle lotte della vita....

Ma un gemito lieve o un fruscìo di coltri smosse venivan dal letto, dove giaceva l’inferma; ed egli d’improvviso era richiamato al senso esatto della realità. Allora un’irritazione amara s’impossessava del suo spirito; una specie di rimorso gli feriva il cuore, da prima fievole e confuso, poscia lucido e tagliente come una lama affilata: — irritazione contro sè stesso, contro la sua debolezza che aveva evocato un mondo chimerico in contrasto con tutte le sue ambizioni, con tutti i suoi principii — rimorso per l’obliquo disegno riparatore, ch’egli aveva già inconsciamente abbozzato, in presenza dell’avola ancor viva. Oh, al risveglio, riflettendo, quel suo sogno di pace futura gli sembrava abbominevole! Come, come aveva osato persuadersi e compiacersi d’una simile supposizione? Non amava dunque sua madre? Non amava quella povera creatura, legata a lui dai più sacri vincoli di sangue e di consuetudine? — Sì, certo, egli l’amava, l’amava sopra ogni cosa al mondo; avrebbe dato la vita per salvarla; sinceramente, sarebbe morto felice prima di lei, pur di non vederla morire! E, non ostante il suo verace affetto, aveva potuto in sua presenza adattarsi all’ipotesi più tremenda, accettarne le conseguenze, ricercarne perfino i rimedii!...

La sua coscienza morale era profondamente rimorsa da queste idee: egli si giudicava vile, egoista e perverso; egli si sentiva macchiato da quelle speranze, ch’eran fiorite spontanee sopra le minacce d’un’immensa sciagura. «Ella non morirà,» si ripeteva, per disperdere i residui del sogno: «ella guarirà; ella deve guarire; qualche giorno ancora, e lascerà il letto.» Ma in fondo a lui un altro pensiero si moveva e s’imponeva alle vacue parole, ostinato, invadente: «Sarà così, certo sarà così! Se anche dovrà morire, io mi rassegnerò, io continuerò a vivere, io la dimenticherò.» E la previsione d’una siffatta necessità lo sprofondava in uno scoramento infinito, più lacerante di qualunque rimorso, più doloroso di qualunque cordoglio.

Ahi, miserabile carne, eternamente schiava dei proprii istinti bestiali!.. — Egli ora vedeva il destino della Vita in una vasta astrazione simbolica; vedeva il gran fiume scorrere, inarrestabile, a traverso il tempo, a traverso lo spazio. Una goccia scompariva assorbita dalle sabbie: altre gocce sopraggiungevano a colmarne la minuscola lacuna, a ingrossare il corpo delle acque, che scendeva sempre gonfio, tumultuosamente, verso la foce remota e sconosciuta. Chi s’accorgeva dell’umile goccia scomparsa? Le altre tutte, per una necessità fisica intrasgressibile, eran trascinate via dalla corrente, sospinte da quelle che seguivano, attratte da quelle che precedevano. E il letto del fiume continuava nelle profondità la sua monotona opera d’assorbimento, inavvertita e provvidenziale!... Via, via, a traverso il tempo, a traverso lo spazio! Bisognava vivere, bisognava fluire, bisognava rifondere le gocce perdute perchè il gran fiume non s’asciugasse!... Ed egli in fatti, atomo dell’universo, soggetto indistinto delle sue leggi oscure, aveva già pensato a vivere dopo, a seguitare il suo inutile cammino, a sostituire con altre le esistenze che crollavano dietro di lui. Egli, in cospetto del passato che stava per dileguare nel nulla, aveva già ideato un piano d’adattamento, un dolce nido d’amore dove festeggiare il suo attimo di luce; aveva già concepito in potenzialità i nuovi esseri che avrebbero popolato l’Avvenire!...