Questi pensieri, sotto altre forme, con diverse imagini, lo torturarono anche nei due giorni che seguirono.
Flavia era sempre là, attenta, vigile, infaticabile al capezzale di sua nonna: egli la poteva vedere a ogni ora, in ogni momento, come una familiare, come una sorella. Era sempre là vicina a lui, così vicina che molte volte le loro vesti si sfioravano, le loro mani si toccavano, i loro respiri si confondevano, chini come erano entrambi sul letto dell’inferma. E quella convivenza ininterrotta, quella comunione d’intenti, di timori e di speranze, assimilavano a poco a poco le loro due anime, accrescevano la mutua confidenza, li appartavano in una specie di solitudine mistica assai propizia agli abbandoni, alle illusioni, alle insidiose idealità. Non si scambiavano se non poche parole durante le veglie interminabili; ma i lunghi silenzii nella camera dolorosa eran più eloquenti d’un poema, scendevano su i loro cuori più incantevoli d’un filtro. In vano il giovine cercava di sottrarsi al fascino di quei silenzii; in vano si ribellava alle molli lusinghe che assediavano il suo spirito illanguidito; in vano respingeva, sdegnato, le onde ineffabili di voluttà che si riversavano a tratti su i suoi nervi scoperti dalla spossatezza e dalle angosce molteplici. Ella era là; ed egli non poteva chiudere gli occhi per non vederla! Omai, egli non poteva non vederla, anche avendo ben chiusi gli occhi! E dall’imagine di lei, sempre presente, divinizzata dall’alta poesia del suo còmpito pietoso, gli veniva incessantemente il conforto non chiesto, non voluto, il conforto umiliante e sacrilego.
La malattia di donna Marta si svolgeva frattanto con una continua vicenda di brevi fallaci miglioramenti e di ricadute viepiù gravi e inquietanti. Il medico di Laveno era venuto parecchie volte a visitarla, aveva cambiato ordinazioni per sodisfare alle richieste dell’ammalata e, persuaso della inefficacia d’ogni rimedio, se n’era andato, alzando le spalle, aspettando rassegnato la morte o un miracolo. In fatti tutte le cure erano inutili: anche le punture di caffeina, che si facevano ora due volte al giorno, ottenevano soltanto un momentaneo sollievo e la lasciavan poi più abbattuta e più affannata di prima. I germi del triste morbo avevan trovato un terreno ben preparato a riceverli e si propagavano fecondi e indistruttibili, come una mala erba in una maremma. La respirazione diveniva ogni dì più corta e frequente; i rantoli umidi, i tintinnamenti metallici risonavano in ogni parte del suo povero torace scarno; i delirii si moltiplicavano, provocati dalla debolezza sempre maggiore dell’organismo — foschi e tragici delirii in cui ella con la voce spenta parlava del futuro, non parlava che del futuro, confondendo nomi, date, luoghi, dimenticando le persone prossime a lei, risuscitando e rivedendo d’innanzi a sè quelle morte da anni, sopra tutto il figlio e la nuora!
— Quest’inverno, — ella talvolta diceva, prendendo nelle sue le mani dei due giovini, — quest’inverno andremo in Riviera, noi tre soli, soli... Son tanti anni che non vedo il mare!... Prenderemo una villetta su uno scoglio, contro cui si oda nella notte sbattere le onde, dove non ci sia il silenzio che qui ci opprime, questo silenzio che non finisce mai, mai... Vero? Vero? Ci condurrai al mare, Alessandro? Mi farai rivedere il mare, Alessandro?
Altra volta si scoteva d’improvviso, faceva l’atto di scendere dal letto.
— Andiamo! Andiamo! — diceva con grande impazienza. — Ci aspettano. Non bisogna farci aspettare. Domani saremo là: ci fermeremo un mese, un lungo mese... Là c’è aria buona, là si respira, là si può passeggiare al sole.... Andiamo! Andiamo!
E gli occhi allucinati si perdevano in una lontananza fantastica, parevan rispecchiare nelle loro pupille dilatate la felice utopia dove l’aria salubre non soffocava, dove ancor si poteva liberamente uscire per rivedere il sole.
Ma il terzo giorno sembrò in vero che la fine fosse prossima e che la vita di donna Marta non dovesse arrivare al domani. Già dal mattino ella, sentendosi mancare, aveva chiamato a sè Aurelio e gli aveva detto con accento desolato:
— Figliuol mio, è l’ultimo giorno. È inutile illudersi: io mi sento morire. E non puoi credere quanto m’affligga il pensiero di lasciar qui solo te che hai tanto bisogno d’appoggio, sognatore e inesperto come sei di tutte le cose della vita. Che farai tu, povero Aurelio? Che sarà della nostra casa?
— Mamma, — proruppe il giovine, trattenendo a pena un singhiozzo, — non parlare così! Tu non stai peggio. Un po’ di pazienza ancora. Tu devi guarire.