— Dovrei ma non posso. Oh, fosse possibile!... Per te, per te solo, credilo, ho tanto pregato Iddio di farmi guarire!... Ma era tardi; era troppo tardi. Dovevo pensarci prima. Ho commessa una grave imprudenza, ed ecco il castigo! La colpa è mia. Tutta mia... Perdonami, Aurelio...
— Oh, mamma! — egli esclamò, afferrando la mano ch’ella gli offriva.
E cadde in ginocchio presso il letto; e compresse il volto contro i guanciali per nascondere le lacrime che già gli solcavano le guance.
Il dottor Demala giunse verso mezzodì a Cerro. Udì da Camilla le cattive notizie; salì concitatamente nella camera dolorosa, e, senza salutar nessuno, con il cappello in testa, si avvicinò, visibilmente turbato, all’inferma. Le tastò il polso, l’esaminò, s’oscurò in viso.
— Presto, un po’ di bambagia, alcuni bicchieri... Presto!
— Dottore, come soffro! — mormorò donna Marta, appena Aurelio fu uscito. — Come si soffre a morire!...
— Ma chè morire! — fece il dottore bruscamente, quasi con ira, alzando le spalle.
Non disse altro per confortarla. Si volse, guardò attentamente Flavia che ancora non conosceva; poi, toltosi il cappello, sedette in aspettazione.
— Pessimo tempo! — soggiunse dopo una pausa. — E noi avremmo bisogno del sole, d’un bel sole per la nostra ammalata.
— Oh, il sole! — esclamò questa con un profondo rammarico nella voce.