Tacquero. Aurelio rientrò, seguito da Camilla, portando i bicchieri e la bambagia; e il medico s’accinse sùbito ad applicar le ventose, ajutato a stento da Flavia, che la sua nervosa impazienza confondeva, e sbigottiva la vista del fuoco su quelle misere carni.
Donna Marta non diede segno di dolore. Ma la pelle sotto le coppe ardenti si gonfiò e al distacco apparve tutta macchiata di cerchii sanguigni.
Il dottore uscì insieme con Aurelio.
— Ebbene? — chiese questi tremando d’ansia e di paura.
— L’infiammazione si estende: il catarro ha invaso già una gran parte del polmone destro. E il cuore è sempre più debole: gli sforzi di questi giorni l’hanno estenuato. C’è da temere un’asfissia....
— La morte, dunque?!...
— Eh, pur troppo.... Ma speriamo che non avvenga; speriamo d’arrivare in tempo a scongiurarla. Ora scriverò una lettera al dottor Redi.... e una ricetta. Sono pillole di muschio: glie ne darai una ogni due ore.... regolarmente. Io debbo essere stasera a Varese per un consulto.... sarò qui di nuovo domattina.... più presto che potrò. Coraggio, in tanto, coraggio, amico mio!
Aurelio rimase stordito dalla fiera minaccia, come da un colpo di maglio ricevuto nel mezzo del cranio. Non era dolore quel che provava: era un senso di vuoto, d’accasciamento, di desolazione indefinibile. Gli pareva d’esser perduto in un’immensa foresta, e di sentir la notte scendere su lui a traverso i rami degli alberi secolari: nessuna via, nessuna speranza, nessuna salvezza! Egli vedeva il destino, come vedeva il paesaggio, di là d’un velo di nebbie e di piogge: d’avanti a lui una parete fluida si drizzava fino al cielo per separarlo dalle cose esteriori. E nel suo cervello continuava a passare, lento e infinito, come una migrazione di larve pallide, tutto il corteo delle astrazioni, delle parole vaste, incerte, chimeriche....
L’intero giorno egli restò in quello stato di stordimento e quasi d’ebetudine, che non gli permetteva pur di soffrire. S’aggirò come un sonnambulo per le camere, per gli anditi, per le logge; stette lungamente, immobile e taciturno, seduto su una poltrona nella stanza di donna Marta; s’assopì anche un poco nel pomeriggio, ma il sonno fu torbido, inquieto, attraversato da baleni sinistri. Si svegliò di risalto a un gemito più forte della sofferente. «Non valgono a nulla anche le preghiere, dunque?» si domandò, rivedendo il volto cadaverico della nonna, ricordando d’un tratto la lugubre previsione del medico. — Oh, con che fervore, con che umiltà aveva egli saputo pregare quel mattino, dopo tanti anni che la sua fede era muta! Con quanta umiltà e con quanto fervore egli era ritornato di poi al luogo dei miracoli, e si era ancora genuflesso d’avanti alla sacra imagine! A nulla era valso: umiltà e fervore erano stati inutili, s’eran dispersi come un fumo nell’impassibilità dello spazio!
Si levò, uscì dalla stanza, sentendo prorompere dall’anima l’odio e la bestemmia contro le leggi tenebrose della vita, contro la sorte, contro Dio. Non vi rientrò che un’ora più tardi, accompagnando il dottor Redi.