— Aurelio! — chiamò l’inferma con un grido, come lo vide comparire su la porta. — Ah, non lasciarmi, non lasciarmi più! Sta qui vicino a me, molto vicino.... Perché sei andato via? Ho paura! Ho paura!...
Era più alterata e più deforme che non mai: parve al giovine che in quell’ora fossero piombati vent’anni di torture su quella faccia miserabile.
— Eccomi, mamma! — egli balbettò con la voce tremula, avvicinandosi al letto.
Mentre il medico l’esaminava, Flavia s’accostò pianamente a lui e gli disse sotto voce all’orecchio:
— Mio Dio, quante volte l’ha chiamata durante la sua assenza! Io ho pensato ch’ella dovesse riposare e non ho voluto disturbarla. Ho fatto male?
— Grazie! Grazie! — egli rispose, e le stese indietro la mano, involontariamente.
Sentì un contatto caldo, una stretta energica, un intrecciarsi furioso con le sue dita d’altre dita più sottili. E quelle dita tremavano, d’un tremolìo incessante, quasi la vibrazione d’una corda sfiorata. Il brivido si comunicò più forte alla sua mano, gli ascese lungo il braccio su su, come un’onda elettrica, verso il cuore, verso la gola. La sua anima si gonfiò di confuse aspirazioni.... Egli comprese: era il conforto, il conforto non chiesto, non voluto. Fece per ritrar la mano ma non gli fu possibile; e rimase così, avvinto a lei nell’ombra, in cospetto della moritura, finchè il medico, compiuta l’opera, non si mosse.
La sera calò rapida tra i nembi. Pioveva, pioveva sempre. Si udiva lo scroscio sordo dell’acqua su la campagna buja: si udiva il rombo alterno dei flutti contro la spiaggia. Di quando in quando qualche foglia divelta dal vento cadeva sul davanzale delle finestre, stridendo lieve contro i vetri. Era la triste monotonia dell’autunno in tutta la sua funebre maestà, la lenta decadenza della stagione, la malattia irreparabile di tutte le cose vive sotto l’inclemenza di un cielo plumbeo. La luce affievoliva, le piante si sfrondavano, l’erbe e i frutici infracidivano, la terra stava per chiudersi assiderata nella compostezza brulla della morte. E, nel crepuscolo, la campana della chiesa, battendo tra lo strepito della pioggia l’Ave Maria, sembrava annunziare ai fedeli che un’agonia incominciava e convocarli per una preghiera di requie eterna.
Al calar delle tenebre, ai lugubri squilli, principiò ad allentarsi il viluppo d’apatia che teneva fasciata l’anima del giovine fin dal mattino. A mano a mano egli venne riprendendo coscienza di sè stesso, ritrovando il sentimento normale della sua persona, rientrando nella realità con i sensi vigili e la mente perspicace. Allora intese tutta la gravità della sciagura che gli incombeva; allora ebbe veramente l’intera e lucida consapevolezza della sua infelicità. — Sua nonna, la sua seconda madre era là, china e sospesa su l’abisso senza confine. Tutta la sua giovinezza, tutta la sua vita anteriore, tutti i suoi sogni medesimi erano intimamente legati alle memorie di quell’essere precario, che nessuna forza umana poteva contendere alla sua sorte. Ella precipitava; e avrebbe forse trascinato con sè memorie, sogni, giovinezza. Che fare? Ogni cosa era inutile. Bisognava aspettare, assistere, rassegnarsi. E poi? Ahi, questo era il più terribile: poi bisognava vivere, vivere ancora, portando in cuore il peso di tutte le disperazioni, di tutte le maledizioni, di tanta amara esperienza; bisognava scegliere una via nuova da percorrere, sapendo già la vanità di ogni nostra impresa e la mèta fatale d’ogni nostro cammino!
Era affondando gli sguardi nel futuro che Aurelio provava lo sgomento maggiore: lo stesso spaventoso attimo del trapasso impallidiva di fronte all’idea della lunga serie di giorni grevi che lo avrebbe seguito. Egli era solo: dentro di lui non restava che il rimpianto d’un unico affetto distrutto; e d’intorno a lui, un mondo impassibile, aspro, prodigo di sarcasmi per l’anima in pena. In quel momento nessun conforto estraneo, nessuna obliqua aspettativa mitigavano la cruda evidenza della sua previsione: il cordoglio, il grande cordoglio nobile e puro, dominava, autocrata severo, tutte le sue facoltà.