Donna Marta, dopo la puntura di caffeina, aveva avuto un’ora di sollievo, aveva anche mangiato qualche cosa; poi d’improvviso era ricaduta nello stato di prostrazione mortale. Ora, riversa su i cuscini, delirava fiocamente; e Flavia, tenendole una mano, assecondava con qualche blanda parola il suo delirio.
— Andiamo! Andiamo! — diceva l’inferma, senza muoversi, senza potersi muovere.
— Ma dove, donna Marta? Dove vuole andare a quest’ora?
— Via, lontano... Qui si sta male. Andiamo?
— Eh, si sta male dovunque, cara signora. E non si può uscire. Piove, piove a dirotto.
L’inferma taceva un istante, poi ricominciava a supplicare, guardando la fanciulla con occhi stravolti, pieni d’una luce innaturale, biancastra come quella dei lampi:
— Andiamo! Andiamo!
La notte era discesa. La candela, posata in terra a piedi del letto, spandeva un chiarore dorato su le cose ignote, lasciando in un’ombra densa quelle altre di solito visibili. L’orologio a pendolo sonò le nove, nell’oscurità.
— Ho sonno, — disse l’inferma d’un tratto.
Aurelio s’avvicinò al capezzale. Le prese l’altra mano nella sua, susurrandole all’orecchio: