— Dormi, mamma. Sarai stanca. Dormi.

Ella fece cenno di sì col capo. Sorrise debolmente (oh, quel sorriso non era, non era di questa vita!). Poi, avendo chiusi gli occhi, con un atto repentino avvicinò le mani di Flavia e d’Aurelio, le riunì sopra il suo cuore, ritirò le sue con lenta precauzione, e parve assopirsi sotto il calore di quel nodo di giovinezza ch’ella medesima aveva voluto stringere in un estremo risveglio della coscienza.

I due giovini, chini su di lei, non si guardarono: stettero immobili, compresi come dalla solennità d’un rito religioso. E l’orologio sonò di nuovo il tempo fuggitivo, sorprendendoli ancora con le mani sovrapposte al cuore della morente, che si sentiva battere folle e disperato quasi lottasse contro un nemico implacabile.

— Dorme? — chiese Aurelio, con un fil di voce.

— Dorme — rispose Flavia.

Si sciolsero, s’allontanarono in punta di piedi, sedettero discosti l’uno dall’altra ai due angoli della vasta camera. Pioveva, pioveva sempre. Si udiva lo scroscio sordo dell’acqua su la campagna buja; si udiva lontano il rombo cadenzato delle onde contro il greto. Di quando in quando i vetri della finestra stridevano lievemente, percossi da uno spruzzo o da qualche foglia secca, che il vento spingeva verso il palazzo.

Un’ora passò, silenziosa.

Donna Marta dormiva supina, rialzata da tre o quattro guanciali, e l’estrema debolezza le toglieva ogni moto, ogni segno esterno di vita; l’avrebbe fatta credere esanime se non fosse stato il fioco ritmo della respirazione, così rauco e frequente come l’anelito d’un cane dopo una corsa a perdifiato. Ella giaceva inerte, con gli occhi chiusi, con la bocca spalancata; e lo stesso affanno non le sollevava il petto, non dava la più piccola scossa all’esile persona che a pena formava rilievo sotto le coltri scomposte. Aurelio, dal fondo della camera, teneva gli sguardi fissi al funereo chiarore che rompeva l’ombra al sommo del letto. Non poteva distinguer nettamente la figura dell’inferma dal bianco dei guanciali e dei lenzuoli; ma il rantolo breve e l’immobilità d’ogni cosa richiamavan la sua attenzione, accrescendo d’attimo in attimo la sua inquietudine. Più d’una volta, assalito da una paura repentina, fece l’atto di levarsi, di correre a lei per toccarla, poichè gli pareva che dovesse esser già fredda e stecchita. Ma lo trattenne la vista di Flavia, vigile come lui e ferma al suo posto. In fine, dopo un’aspettazione eterna, si risolvette: in punta di piedi attraversò la stanza, venne accanto alla fanciulla, le disse piano, senza voce:

— Bisognerà darle il muschio. Son già passate tre ore dall’ultima pillola.

— Svegliarla?