La voce nel silenzio notturno ebbe un suono così strano, ch’egli si volse spaurito a riguardare, come se qualcuno avesse gridato con lui dietro le sue spalle. La camera era quieta, e sembrava deserta.... Flavia, morta di fatica, non s’era risvegliata, e nell’ombra densa era quasi invisibile.... Egli si sentì solo, assolutamente solo di fronte al mistero: gittò un ultimo sguardo obliquo all’inferma, immobile sul letto come una statua di cera; e, pazzo di dolore e di sgomento, si precipitò in corsa fuor della stanza.
Le tenebre eran fitte sotto il portico.... si vedeva soltanto, dall’altro lato, fumigare il lucignolo votivo d’innanzi all’icona miracolosa.... Aurelio si diresse risoluto verso la porta della scala.... discese brancicando fino al cortile.... l’attraversò a passo concitato, senz’accorgersi dell’acqua che gli pioveva in testa... Anelante, con le arterie che gli battevan su le tempia quasi colpi di martello, entrò nella sala da pranzo ch’era buja, fredda, umida come una grotta. Non pensò d’accendere un lume.... si lasciò cader di peso sopra il divano.... — Tutto era finito! Le tristi previsioni del medico s’erano avverate: il cuore non aveva potuto oltre resistere agli immani sforzi di quei giorni, e l’asfissia era incominciata: sua nonna moriva! Ogni speranza omai era vana; ogni illusione, dispersa; la vita gli si stendeva, d’avanti agli occhi sbarrati nell’ombra, arida, tetra, desolata, infinitamente. Che cosa gli restava da fare? Attendere rassegnato la fine? Così solo, gli pareva impossibile: gli pareva superiore alle sue povere energie. Partire, fuggire? Ma come, a quell’ora? e chi, chi dunque avrebbe poi pensato al resto? — La sofferenza diventava orribile.... Egli non sapeva risolversi a nulla, e provava il bisogno istintivo di muoversi, d’agire, di sottrarsi a quell’inerzia fatale che gli pesava sul cuore come un rimorso. Per un attimo, un’idea gli attraversò il cervello: quella di correre alla casa parrocchiale, di svegliare il prete, di chiamarlo sùbito per l’estrema unzione della morente. Non ebbe tempo di considerarla: l’idea passò ratta come un lampo, e si confuse nel tumulto delle altre idee che sopraggiungevano. Egli la dimenticò. — E se fosse disceso da Ferdinando? Se lo avesse mandato in tutta fretta a prendere il medico? — Ohimè, era tardi, era troppo tardi; e anche prima, sarebbe stato inutile. Gli uomini non potevano opporsi alla volontà del Destino; ed era scritto, come in un libro infallibile, che sua nonna dovesse morire in quella medesima notte!
Tutto era fatale! Tutto era irreparabile! Bisognava aspettare, rassegnarsi e soffrire. Ed egli s’abbandonò intero al suo dolore, come un naufrago, allo stremo delle forze, si concede alla corrente impetuosa che lo travolge. Seduto sul divano, con la testa, che ardeva, stretta tra le palme gelide, pianse, pianse a lungo, senza più saperne il perchè; cercandolo dove non era, nei tristi ricordi, nelle delusioni patite, negli sconforti che l’avvenire gli riserbava. Poi non avendo più lacrime, si mise a singhiozzare, a ripeter forte il nome adorato, a invocare come un bambino smarrito la madre assente — quella povera creatura omai sorda e muta che rantolava lassù tra gli ultimi spasimi d’un’agonia senza coscienza.
Rimase così non seppe quanto, avvolto nell’oscurità che i baleni a intervalli debolmente rischiaravano. Un brontolìo di tuono lontano, qualche rovescio veemente di pioggia o di grandine rendevano il silenzio più sensibile e più pauroso. D’un tratto una finestra si spalancò con un fragore formidabile, e una folata di vento invase la sala, sollevando tende e tappeti, trascinando a terra alcuni giornali spiegati che parvero alla luce d’un lampo pallidi spettri fuggenti. Aurelio si alzò di sbalzo, in preda all’orrore; ricadde tosto sul divano, senza poter fare un passo, imprigionando ancora disperatamente il capo tra le palme.
Fu scosso dal romore della porta che s’apriva. Flavia apparve livida, convulsa, agitatissima, con il lume stretto in pugno.
— È mezz’ora che la cerco, — disse con la voce alterata. — Mi ha tenuto tanto in pena!...
Poiché il vento minacciava di spegnere la fiamma, ella depose il candelliere su la tavola e corse a richiudere la finestra.
Aurelio non s’era mosso, non aveva levato la testa: l’aveva riconosciuta e, supponendo ch’ella venisse a comunicargli la cosa tremenda, era rimasto con il viso nascosto, con l’anima chiusa come per difenderli da un colpo mortale.
Flavia ritornò indietro, venne presso di lui, gli si fermò d’innanzi, più calma, fissandolo con uno sguardo umido di pietà.
— Ma perché fa così, signor Aurelio? — disse dolcemente, dopo una pausa. — Perchè scoraggirsi a questo modo?