— Ma tu mi ami, dunque? Tu mi ami? — le domandò, investigandola da presso nelle pupille lacrimose.
Ella esitò un poco, con la fronte corrugata, come chi considera e risolve rapidamente. Poi agitò il capo, parve illuminarsi tutta nel supremo abbandono, e rispose forte e sicura:
— Ti amo! Ti amo! Darei la vita per vederti felice!
— Ma se tu mi ami.... — egli gridò con un accento indefinibile di strazio, di desiderio e di terrore, insortogli chi sa da quale profondo abisso dell’anima.
Non potè proseguire con le parole. Ma gli occhi espressero bene con il loro lampo bieco, selvaggio, terrifico il suo pensiero disperato di felicità e d’oblìo: «Se tu mi ami, porgimi la tua bocca, cingimi con le tue braccia, fammi dimenticare tutto in un tuo bacio! Prendimi e fammi felice, poichè il dolore è inutile, e questa vita miserabile non merita che si soffra un’ora pe’ suoi destini!»
La donna da quel lampo intese l’invito fatale, e si sgomentò.
— Andiamo, Aurelio! — disse ritraendosi dolcemente, ritornata padrona di sè stessa, già fatta cauta e previdente dal pericolo, già sorretta da un intuito chiaro della propria convenienza. — Andiamo di sopra! Se la mamma si sveglia e non ci trova... Vieni!
Si rialzò, gli offerse sorridendo la mano. Egli la prese, e si lasciò trascinare da lei passivo e taciturno, quasi caduto in uno stupore profondo. Così la Coppia novella, legata dal nodo simbolico d’Amore, s’avviò lenta nella oscurità, avvolta come da un nimbo irreale, verso la stanza funesta dove la Morte aspettandola indugiava.
XI. Solo.
Appoggiato con le braccia al davanzale della finestra nel suo studio in Milano, Aurelio Imberido contemplava malinconicamente la via popolosa ancora un po’ dorata dai riflessi del sole cadente. Sul corso Venezia e sul corso Vittorio Emanuele una moltitudine di carrozze e di tranvie passava in corsa; e il romorìo confuso e ininterrotto, dilatandosi in torno, giungeva fino all’estremità di via Monforte, a pena attenuato. Un piccolo treno, di là dei cancelli del Dazio, fischiava e scampanellava ostinatamente, avanzando lentissimo lungo la strada di circonvallazione, che alcuni veicoli carichi di masserizie attraversavano a fatica; le voci dei conduttori si udivan distinte tra gli scocchi delle fruste incitare aspramente i cavalli con le bestemmie, con le ingiurie, con gli urli. Nell’appartamento di fronte alla finestra dell’Imberido si procedeva con alacrità all’opera di sgombero; e le stanze apparivan già quasi vuote, in un nuvolo fitto di polvere, con le tappezzerie lacerate, con le poche suppellettili rimaste, radunate a cumuli negli angoli. In basso, d’avanti alla porta, un enorme carrozzone giallo attendeva, intorno al quale una torma di facchini s’affaccendava silenziosa, mentre altri uscivano di continuo dalla casa con qualche mobile su le spalle.