Aurelio guardava triste quello spettacolo intenso, quella smania febbrile di mutamento e di lavoro che agitava la grande città senza una tregua, dal mattino fino alla notte. A che si affannavano codesti uomini laggiù? Che insani desiderii, che vili ricompense, che stolte ambizioni li urgevan dunque così, a logorarsi l’esistenza, a disperdere il tempo fuggitivo, a ritardare l’unica dolce ora del riposo? La vita ferveva dovunque inarrestabile, come prima, come sempre; e il dolente ne ricercava in vano le ragioni e gli scopi. In fondo a lui era quel senso lucido dell’inutilità d’ogni cosa, quell’apatia serenamente desolata e quasi superba, che infonde negli spiriti sensibili, proclivi alle meditazioni astratte, l’idea della morte fissa nel centro della loro intelligenza. Egli si sentiva lontano da codesti uomini attivi e spensierati, come se li avesse veduti da una vetta altissima in una valle profonda; essi parevano a lui uno sciame di formiche minuscole e industriose, costrette a una perpetua fatica da un istinto oscuro: i loro pensieri, i loro sforzi, i loro intenti gli erano estranei e quasi inesplicabili. Egli provava per costoro un sentimento complesso, insieme di maraviglia, d’indulgente superiorità e di compassione amara, molto simile a quello che avrebbe avuto in cospetto d’un avaro decrepito e infermo, che patisse la fame per rimpinzar di monete il già colmo forziere.

Il piccolo treno si celò dietro le mura, sempre fischiando e scampanellando; i veicoli carichi di masserizie s’allontanarono per il viale della Concordia verso l’aperta campagna; altri carri sopraggiunsero, s’incrociarono, disparvero. Man mano che il tramonto s’approssimava, il movimento cresceva nella città e nel suburbio: frotte di lavoratori passavano in fila, di ritorno dagli opifici o dalle botteghe; coppie d’inamorati s’affrettavano impazienti alla volta dei bastioni o dei pubblici giardini; gruppi di borghesi azzimati e tranquilli uscivano dalle dimore per l’abituale passeggiata avanti pranzo.

Il giovine, immobile alla finestra, pareva non saziarsi dello spettacolo. Osservò attentamente un cocchio padronale, che sbucò con gran fragore dall’androne sottostante e si diresse al trotto di due sauri focosi verso il Corso, portando una giovine donna e un bimbo ricciuto e biondo. Vide dopo poco un convoglio funebre spuntare tardo e nero su la strada esterna. La sua tristezza s’aggravò: egli piegò il capo come oppresso da una memoria crudele, e con le mani furtivamente si terse gli angoli degli occhi dove già due lacrime luccicavano.

— Povera nonna! — mormorò con accento d’infinito sconforto.

E seguì con gli sguardi, fin che gli fu dato, quel feretro miserando, che dietro trascinava altri dolori, altre disperazioni a traverso la città impassibile, indurita alle scene dei lutti, distratta dalle opere e dalle vanità della vita.

Quando il sole esulò anche dai fastigi più alti delle case, Aurelio si ritrasse, rientrò nell’ombra della stanza, s’abbandonò su una poltrona d’avanti allo scrittojo sgombro d’ogni carta. Egli si sentiva vacuo, stanco, svogliato: non un desiderio, non un’intenzione, non un impulso pungevano la suprema inerzia del suo spirito. Che fare? Dio mio, che fare? I giorni erano eterni; le ore, interminabili; lenti lenti, i minuti. E la sua anima pareva cristallizzata in una forma immutabile, su cui il tempo scorresse pigro e lieve senza lasciare la benchè minima traccia. Che fare? Mio Dio, che fare? Tutto omai gli era indifferente; tutto gli sembrava inutile; la sua stessa persona non aveva esigenze, non provava bisogni, non richiamava su sè stessa, con un sol palpito passaggero, la sua attenzione costantemente fissa nel nulla. Lavorare; e perchè? Correre in cerca d’uno svago, d’una distrazione, di compagnia; e con qual costrutto? Nessuna cosa al mondo più non gli sorrideva; egli si guardava d’intorno e non vedeva che il fondo delle varie apparenze per mezzo a cui passava. E il fondo era grigio, senza luci e senza ombre, uniforme e tedioso come un deserto sconfinato di sabbie.

Da quindici giorni questa era la sua vita; da quindici giorni, egli languiva così in un ozio schiacciante, nella casa paterna che le imagini de’ suoi maggiori, appese alle pareti, rendevan simile a una critta foderata di lapidi: — solo, assolutamente solo, smarrito nella foresta degli uomini, incapace e sdegnoso di trovare una via di salvezza o un luogo tranquillo di rifugio.

Nella vecchia casa, le memorie sorgevano da ogni parte; una moltitudine di fantasmi leggeri e mormoranti si levava incessantemente intorno a lui e veniva ad assediarlo. Era tutta la sua adolescenza, che gli si riaffacciava in un velo di sogno, idealizzata da un sentimento superiore, circonfusa come da un’aureola tenera di poesia e di malinconia; era tutta la sua vita che usciva a brani dispersi da quegli oggetti ben noti, evocata da una forma, da un suono, da un profumo indistinto; erano i fiori più ingenui dell’anima sua, poveri fiori omai secchi e a pena riconoscibili, che gli riapparivano d’improvviso in qualche angolo dimenticato, nei tiretti polverosi, nelle casse chiuse da tempo. E insieme con i suoi ricordi si confondevano i ricordi altrui, i ricordi anche più tristi e suggestivi di coloro che lo avevano preceduto: talvolta per le stanze deserte e silenziose pareva a lui che vagassero ancora le figure de’ suoi consanguinei scomparsi, richiamate a una vita incorporea dalla stabilità delle cose circostanti.

Il luogo in fatti non era quasi in nulla mutato da venti lunghi anni, da quando il conte Alessandro, scacciato a forza dal palazzo avito, era venuto con lui e con la vecchia ad abitarlo. La camera dov’egli dormiva era la medesima in cui suo padre era morto: i mobili antichi e sontuosi, che ornavano le sale, i grandi quadri e gli arazzi, che coprivano le pareti, eran nell’ordine preciso in cui il padre aveva voluto disporli; i piccoli oggetti muliebri, sparsi un po’ dovunque, attestavano la recente presenza dell’avola in tutte quelle stanze, ch’egli partendo aveva lasciate l’ultima volta con lei! Come poteva egli dissociare l’imagine dell’assidua compagna dalle cose ch’ella aveva guardate o toccate, — dal luogo familiare, in cui egli l’aveva sempre veduta? Veramente, ella esisteva ancora per lui come prima, più di prima. Dal dì del suo ritorno a Milano, egli ne aveva sentita la vicinanza in ogni ora, come se l’avesse ricondotta viva con sè e non rinchiusa in una cassa eternamente chiodata. E l’illusione era in lui così forte, che bastava talvolta il più piccolo romore in una stanza contigua, il fruscìo d’una tenda, lo stridìo d’un tarlo, la scricchiolata d’un mobile, per farlo volgere d’improvviso, con il cuore in sussulto e l’anima sospesa, quasi aspettandone l’apparizione dalla soglia oscura.

Abbandonato su la poltrona, Aurelio guardava ora fissamente un ritratto, appeso sul muro, di fronte a lui. Era l’effigie d’una donna giovinissima, non bella, ma illuminata da una strana fiamma di volontà e di passione nei vasti occhi neri, nella linea ferma della bocca, su la fronte convessa che ingombravano due folte ciocche di capelli notturni, cadenti a onde da una scriminatura mediana fin su le tempie e su gli orecchi. Fuor dall’ombra cupa dello sfondo, il volto un po’ pallido, il collo di cigno e i nudi omeri arcuati spiccavan bianchi nella rara luce, come uscissero in rilievo dal quadro. L’imagine raffigurava donna Marta Imberido cinquant’anni prima, sposa novella, nel pieno rigoglio della sua giovinezza; ed era l’opera d’un artefice squisito, che aveva saputo infondervi con maestrevoli segni l’evidenza dell’anima e della vita.