Aurelio, immobile e come affascinato, non poteva distoglier gli sguardi da quel ritratto dove convergevano gli ultimi riflessi del tramonto. — Era mai l’avola sua stata così?... Oh, il tempo, il tempo! Come l’aveva mutata! Come l’aveva distrutta! Come tutto muta e distrugge il tempo!... Quella figura amabile, fresca, adolescente egli non riserbava pur tra le memorie fioche della sua infanzia; e certo non avrebbe potuto riconoscerla, se gli si fosse offerta in quel momento per la prima volta alla vista. Egli dell’avola ricordava un altro aspetto, tutt’altro aspetto: la imaginava curva, bianca di capelli, con il labbro di sotto che soverchiava quello di sopra, con la pelle avvizzita, il collo rugoso, le iridi anche più larghe, attraversate da sprazzi di follia.
Eran dunque la medesima persona quella che gli si presentava d’innanzi reale, e l’altra imaginaria ch’egli vedeva con gli occhi dell’anima? Potevano essere così diverse nelle apparenze, così disgiunte nel tempo, una sola persona? Il giovine non riusciva a riunirle, a fonderle nella sua mente, ad afferrarne la personalità unica e continua a traverso due differenti età; per quanto cercasse, non trovava una rassomiglianza anche lontana tra il fantasma e l’effigie, e contemplava questa, senza che un palpito di commozione ne derivasse al suo cuore.
Ma il crepuscolo cadde e le tenebre della sera invasero a poco a poco la stanza del solitario. Il ritratto parve retrocedere, rientrare nel cerchio della cornice e rimanere come una figura affacciata a un vetro un poco torbido. Le guance si riempirono d’ombre simili a incavi; i capelli si confusero con il fondo neutro della tela: una vecchiezza subitanea rese flaccida e smunta la nudità del collo e delle spalle.
Fu un attimo: l’effigie si rivelò. Egli riconobbe il sembiante dell’avola lassù, com’egli lo ricordava, come già gli aveva tenuamente sorriso sul letto di puerizia. I tratti erano bene i suoi; l’espressione era la sua, quella dei momenti teneri e obliosi; lo sguardo, oh, lo sguardo non poteva esser più vivo e più materno, e gli cadeva sopra dall’alto come un ammonimento supremo! — Era lei! Era lei, la madre, la santa, l’adorata! — Dall’oro cupo della cornice, quasi da una finestra ideale, ella lo contemplava ancora, ella ritornava a lui misteriosamente, nella fosca ora del vespero, forse per confortarlo, forse per rimproverarlo, forse per rivolgergli l’ultimo saluto. «M’esalto?» egli si domandò, sentendo un brivido freddo correr su dalle reni alla nuca, mentre fissava l’imagine, che appariva lassù con una straordinaria evidenza, sempre più illusoria sì che sembrava ora commossa dal ritmo della respirazione. «Quella parvenza è dunque scevra di ogni elemento soprannaturale? Son gli occhi che la vedono in sensazione reale? o è il fantasma interno che si projetta sopra l’effigie e la trasforma?»
Egli restò perplesso, avviluppato nel mistero, senza saper rispondere alle sue domande tenebrose. Sentì che la radice dei capelli diveniva sensibile; ebbe nell’anima un tumulto di cose oscure, un flusso improvviso di cordoglio, soffocante. Protese lentamente un braccio verso il ritratto, e chiamò la morta con la voce bassa, trasalendo:
— Mamma! Mamma! Oh, mamma!...
Un silenzio grave susseguì. Nelle stanze contigue non era il benchè minimo romore; dalla via saliva soltanto il ticchettare di qualche passo, monotono e regolato come lo strepito d’un meccanismo.
— Che fare? Dio mio, che fare? — disse il giovine, levandosi d’un balzo a sedere, cercando di sottrarsi in alcun modo al fascino della visione paurosa.
Le tenebre avevano omai occupato ogni angolo della camera. Il ritratto, anche il ritratto di fronte alla finestra, era scomparso. Agli occhi del solitario, sempre intenti al medesimo punto, non veniva più a tratti che qualche tenue bagliore dall’oro della cornice, — forse uno sguardo, forse un sorriso, forse una lacrima? Uno sguardo, un sorriso, una lacrima.
Allora un nuovo fantasma si disegnò terribile nell’oscurità d’avanti a lui. La figura di donna Marta, stesa sul letto, supina, con la faccia sconvolta, con i capelli irti e dispersi, con la bocca vacua, con la pupilla fissa a un segno inconoscibile tra le palpebre socchiuse, riapparve. Teneva le braccia inerti lungo i fianchi. Sussultava orribilmente, cercando l’aria, come lottando disperata contro qualcuno che le tenesse stretta la gola nel pugno. Talvolta il busto s’arcuava nello sforzo inane. Talvolta le mani graffiavano il lenzuolo, in una crespazione suprema di dolore e di rivolta. E la vita si vedeva fuggire a ogni anelito dalle labbra contratte, come un liquido leggero che svapori da una boccetta scoperta.