Riapparve così, al superstite, l’avola nell’ultima sua ora. E tutte le particolarità del giorno funesto gli tornarono alla memoria: — il Viatico portato inutilmente all’alba, pochi istanti prima che l’agonia volgesse al suo termine; il tragitto affannoso in barca con Ferdinando e un altro uomo fino a Laveno, innanzi il levar del sole, in un mattino fresco, nitido, purgato dall’uragano recente, e durante il tragitto gli irresistibili scoppii di pianto; e poi la casa tutta piena d’estranei, piena d’un susurro di voci sommesse, di preghiere e di comenti, piena di un lezzo acro di folla bruta; e poi l’arrivo dei due medici, dello Zaldini e d’un cugino materno, avvertiti da lui per telegramma; e in fine la veglia orribile al cadavere e l’improvvisa apparizione d’un uccello notturno alla finestra spalancata, la sua discesa precipitosa verso il letto intorno alle torce mortuarie, il suo grido raccapricciante d’angoscia mentre riprendeva in fuga il volo e scompariva di nuovo nelle tenebre dell’aperta campagna....

E poi? E poi? Che giorni, che giorni cupi, fatali, tremendi eran seguiti a quel giorno!.... I ricordi si moltiplicarono, galopparono come un branco di cavalli apocalittici a traverso la sua mente esaltata. Egli si rivide, al fianco di un prete salmeggiante, nella gran barca parata a nero, occupata tutta dal feretro quasi invisibile sotto il cumulo dei fiori; si rivide con lo Zaldini pigiato tra gente ignota nel treno, che trascinava dietro, entro un carro chiuso, come una merce, la cara spoglia; si rivide nei sotterranei del Cimitero Monumentale, tra un’esigua compagnia d’indifferenti, fermo rigido impietrito d’avanti alla nicchia oscura, in cui la cassa era scomparsa adagio adagio verso il fondo con un cigolìo stridulo e lungo come un lamento. Egli era uscito dal luogo sepolcrale senza una lacrima, oppresso da una disperazione arida e muta; era stato accompagnato in silenzio fino alla sua casa dallo Zaldini e da tre altri suoi amici, congedatisi per discrezione su la porta da via; era salito solo nelle sue stanze, credendo di ripartir la dimane per la campagna. E quindici giorni erano omai trascorsi, eterni e fuggitivi, senza ch’egli avesse potuto sottrarsi all’apatica inerzia che lo dominava, senza che avesse potuto trovare un momento d’energia per accingersi a quel breve viaggio.

Come eran trascorsi? Che cosa aveva egli fatto? Non sapeva. Sapeva di non aver veduto una faccia amica durante quel tempo; di non aver pensato una volta al suo lavoro; d’aver vissuto una vita fantastica e contemplativa nell’immobilità morale d’un Asiatico in aspettazione del Nirvana. «A che combattere? In che sperare? Perché ostinarsi a vivere quando ugualmente si dovrà morire?» In queste tre domande aveva compendiato ogni regola di condotta in quei giorni; e, soffrendo fino alla noja, filosofando fino al dolore, era caduto di tristezza in tristezza nel profondo mistero delle cose, dove tutto è ombra e silenzio.

— Flavia! Flavia! — egli chiamò, come per ajuto, spaventato da tanta solitudine, oppresso da tanto cordoglio.

E l’imagine gentile passò in un baleno d’avanti a’ suoi occhi, chiudendo con una speranza il corteo funerario delle sue memorie.

Aurelio si levò in piedi e ritornò di nuovo al davanzale. Doveva esser tardi: la sera era discesa, una tepida sera di settembre popolata di stelle, temperata da un’alba di luna. I fanali del gas, nella strada, sul bastione, lungo i viali del suburbio erano stati accesi e scintillavano in file diritte, spandendo su i muri e sul lastricato un mobile chiaror giallastro. A basso l’animazione era scemata; molte finestre si vedevano lucenti di qua e di là negli edifici circonvicini.

«Che pace!» pensò il giovine, volgendo malinconicamente gli sguardi intorno a sè. «Quanti felici sederanno ora raccolti alla mensa domestica?» Stette in ascolto. Gli giunse nella calma, da una stanza di sotto, il grido capriccioso di un bambino; poi, un tintinno confuso di bicchieri e di stoviglie. Guardò una finestra illuminata; e vide, nel rettangolo chiaro, disegnarsi l’ombra d’una donna, con le braccia tese in avanti, portando un piatto che fumava. Un bisogno spasimoso d’appoggio, di compagnia, di convivenza familiare palpitò dentro di lui. «La vita è dunque triste per me solo?» si domandò. Stette in ascolto. Gli parve d’udire un fruscìo di vesti nell’anticamera, e quindi un battito lieve contro l’uscio. Andò, nel dubbio, ad aprire.

Era la portinaja, che saliva come di solito in quell’ora ad apprestargli la stanza per la notte.

— In casa ancora, il signor conte! — disse ella, stupita, facendo un piccolo inchino. — E all’oscuro!... Non esce dunque stasera? Desidera forse che le faccia portare il pranzo in camera?

— No, buona Felicita. Non desidero nulla. Non ho fame.