— Sempre così! — esclamò la portinaja, scrollando il capo, guardandolo con occhi impietositi. — Se io potessi darle qualche consiglio....

Il giovine sorrise blandamente.

— Proverò ad uscire, — egli annunziò dopo una pausa, poi ch’ella non sapeva dire altro e continuava a fissarlo con peritanza. — Chi sa? un po’ di moto mi farà bene. Fatemi lume, Felicita.

La donna l’accompagnò fino alla porta. La lampada su la scala era già accesa. Egli discese rapidamente, s’incamminò a passo spedito lungo la via Monforte verso il Corso.

Giunto all’angolo della chiesa di S. Babila si fermò incerto. Veniva un’intensa luce bianca dalle bocce elettriche sospese a mezzo della strada. Nella piazzetta, presso la colonna del Leone, alcuni cocchieri sghignazzavano, proferendo parole oscene, e le loro voci rauche si ripercotevan forte contro il prospetto del tempio. Egli notò un crocchio di fanciulle che passava vicino alle carrozze, con gli orecchi intenti a raccogliere il senso del turpiloquio e la bocca contratta da un sorriso irrefrenabile. Anche, notò su l’opposto andare tre operai avvinazzati, che barcollavano al braccio l’uno dell’altro, sospingendo i viandanti, lanciando occhiate e motti bassi alle donne che incontravano. «Ecco il Popolo Sovrano!» egli esclamò con amara ironia, sentendo risorgere nell’anima l’antico astio contro la plebe rozza e spregevole. E per togliersi a quei contatti umilianti, si diresse risolutamente verso il Caffè delle Colonne, le cui vetrine a smeriglio splendevano di fronte a lui.

La sala rotonda era quasi vuota, e silenziosa: un vecchio cameriere stava sparecchiando una tavola, e due ufficiali, avendo finito di mangiare, giocavano una partita di carte su la tovaglia ancora ingombra di piatti, di calici e di bottiglie. Egli sedette discosto da loro, ordinò un pranzo assai frugale, si fece portare le gazzette del giorno per allontanar la mente, almeno in quell’ora, dai tristi pensieri consueti.

Ne prese a caso uno e, non attratto da nessuna curiosità, si diede a leggerne svogliato e disattento il primo articolo, che portava per titolo: I soliti soprusi. Era una critica violenta contro il Ministro dell’Interno, il quale aveva sciolto alcuni circoli socialisti in Romagna e impedito un’adunanza di protesta in un teatro di Ravenna: aspro, velenoso, aggressivo, lo scrittore, per difendere la libertà d’opinione e di riunione, si scagliava contro la persona del Ministro — un vecchio e illustre patriota — vituperandola con le ingiurie più triviali, e augurava in termini nebulosi il tramonto delle istituzioni monarchiche, causa suprema d’ogni pubblico malessere.

L’Imberido gittò irritato il foglio in disparte e ne spiegò un altro d’avanti a sè. Nel contrasto delle sue idee con quelle dello scrittore anonimo, il suo spirito battagliero s’era a poco a poco risvegliato; il dolore assiduo, che gli mordeva l’anima, s’era alquanto assopito; un desiderio confuso di vita e di lotta aveva incominciato a palpitare dentro di lui. Egli andò sùbito ricercando nel secondo giornale, di partito contrario al primo, il diverso comento che avrebbe potuto fare all’atto energico del Ministro. Non trovò nulla: soltanto il fatto era narrato brevemente nella rubrica delle notizie politiche, e si soggiungeva che alcuni deputati avevan presentato in proposito una vivace interrogazione alla Camera. La sua irritazione aumentò. Con mano nervosa egli sfogliò una dopo l’altra tutte le gazzette: o rimanevan prudentemente mute come la seconda, o inveivano in modo minaccioso, come la prima, contro il vecchio Ministro e contro il sistema delle repressioni arbitrarie.

Aurelio Imberido levò gli occhi da quei fogli e li fissò pensosi e corrucciati in alto, nello spazio. — In verità il fatto era molto grave: quei circoli socialisti esercitavano un’influenza formidabile su le popolazioni incólte, attiravano a sè ogni giorno nuovi proseliti; da quei circoli veniva pubblicamente impartito l’insegnamento della ribellione, e già in due o tre borgate la forza aveva dovuto accorrere per sedare i tumulti improvvisi della plebaglia; i capi di quei circoli predicavano alla piazza l’odio contro le classi dirigenti, l’iniquità dei privilegi e dei diritti legali, la necessità di distruggere la famiglia, la patria, la proprietà. Sospinti da una cieca fede, animati d’una straordinaria attività, essi correvan la campagna, propagando dovunque il contagio del malcontento, solleticando gli appetiti con le più insinuanti promesse, rimovendo gli istinti brutali nelle anime semplici e inconsapevoli. Non era bene, non era giusto che un uomo di Governo troncasse in tempo la pericolosa propaganda, cercasse d’impedire con qualunque mezzo l’opera funesta di quei fanatici untori d’una novella pestilenza?

Il giovine restò un istante perplesso, prima di rispondere. Altra volta, egli medesimo avrebbe forse acerbamente combattuto una sì aperta offesa portata alla libertà individuale. «La funzione dello Stato» egli aveva scritto «deve esser sempre più ristretta e limitata, in una nazione veramente civile.» E ancora: «L’evoluzione delle società tende all’emancipazione totale dell’individuo dalla tutela e dalla tirannia dello Stato. Solo in un regime d’assoluta libertà, i forti e i meritevoli avranno ragione dei deboli e degli indegni; e solo per mezzo della libera concorrenza per la vita, la razza potrà progredire e raggiungere la sua perfezione.» Come mai dunque inconsciamente, aveva egli approvato la disposizione illiberale del Ministro? Era forse stato anche lui un rètore in passato? O la sua bella serenità era andata miseramente perduta a traverso gli anni e gli eventi?