«Bisogna esser pratici!» egli si disse d’un tratto, vincendo i suoi scrupoli di coerenza. «Non è più il tempo di proseguire serenamente un ideale. Bisogna difendere la realità ch’essi minacciano; difendere la nostra casa ch’essi appetiscono, la patria ch’essi rinnegano, la stessa anima nostra ch’essi vorrebbero violentare. Verrà un giorno in cui, approfittando della libertà che fu poeticamente largita e conservata, essi imporranno su le nostre spalle il giogo più ignobile, insulteranno trionfanti la verità e la bellezza, vorranno chiudere a forza il cervello d’ogni uomo in una scatola angusta e uniforme! Che ci varrà in quel giorno d’essere stati fedeli alle nostre massime, d’aver proseguito sereni e superbi il nostro puro ideale?» Una folla di pensieri fece ressa d’improvviso nella sua mente: fu in un colpo come l’accensione d’infinite scintille, spente da tempo immemorabile. Egli rimase, trasfigurato in viso dallo stupore, con gli occhi fissi in alto nello spazio, sentendo la gran luce diffondersi dentro di lui, sentendo l’anima inondata e ravvivata da quel caldo getto d’idee, che sgorgava veemente e inatteso come da antiche sorgenti inaridite.

Oh, finalmente egli riviveva! Finalmente usciva dalle nebbie del suo tenero sogno e dalle tenebre del suo tragico letargo, e rientrava nella vita, con lo stesso ardore di fede, con gli stessi entusiasmi, con la medesima volontà d’un tempo! Che aveva fatto in quegli ultimi mesi d’ozio, di trepidanze e di dolori? In che attorti sentieri s’era smarrito, alla ricerca d’un bene ignoto e forse insussistente? Come non aveva saputo discernere la via di salvazione? — Quella, quella era ben la sua via; questo era il suo ufficio: agire, lottare, appassionarsi nella mischia degli uomini, conoscere in tutta la sua intensità l’ebrezza dell’apostolato e della dominazione. «Combattere per un’idea, o sia pure per un sogno,» aveva detto, «ecco l’opera che sola affranca dalla umiltà delle nostre origini e fa men grave la coscienza della nostra vita precaria.» Tale era la Legge; e dalla Legge doveva venire il prodigio; con la Legge soltanto sarebbe incominciata per lui la nuova esistenza.

Già troppo egli s’era concesso e compiaciuto nelle afflizioni: troppo aveva languito e pianto su le cose vane e irrimediabili. Il dolore che abbatte, che assorbe, che uccide non è virile; e misero è quell’uomo, cui lo spettacolo solenne della Morte e l’austero senso della solitudine non infondono una forza e una speranza maggiori. Il cordoglio e la rinuncia non gli rendevano il Passato e gli toglievano l’Avvenire! Occorreva dunque volger gli occhi e tender gli orecchi altrove.

Un improvviso entusiasmo l’assalì. Il suo spirito erasi liberato dai fantasmi, aveva disperso i vapori che l’attorniavano. Pareva che un altro principio di vita fosse entrato in lui: pareva che qualcuno fosse uscito da lui, furtivamente, e avesse portato seco il triste fardello delle debolezze, degli scoramenti, delle disperazioni. Senz’indugio, egli provò il bisogno di concentrarsi, di mettersi all’opera, d’organizzare e di concretare le idee, che gli eran nate spontanee e confuse dopo la lettura dei giornali. Non era in esse la materia d’un articolo vivace e concettoso? Non era tempo di riprendere la penna, di ritornare al suo posto di battaglia, alla direzione della sua Rivista?... Oh, lo stupore de’ suoi amici, vedendolo ricomparire come un risorto su la soglia di redazione, con in mano uno scritto pronto per le stampe! Oh, l’alto grido di saluto e di giubilo, che lo avrebbe accolto trionfalmente nella vasta stanza, tappezzata di manifesti multicolori, pregna dell’odore acre e dello strepito delle macchine vicine!

Un sorriso gli inarcò le labbra, forse il primo ingenuo e schietto dopo il suo lungo errore. Egli s’abbandonò all’incanto di quell’aspettazione; si lasciò avvolgere da quella lusinga che gli pareva nuova. Ebbe la visione allucinante dei giorni futuri in cui egli, affrancato dal peso dei funebri ricordi, da ogni estranea influenza, da ogni triste soggezione, avrebbe ripreso il suo cammino interrotto, come a traverso un’aria eroica, verso la Gloria. E, indugiandosi nell’imaginare quel ritorno alle antiche abitudini, egli sentì nascere in sè e dilatarsi un fervore ineffabile, misto d’orgasmo fisico, d’orgoglio spirituale, di confuse aspirazioni; un fiotto di poesia gli eruppe dall’intimo empiendogli l’anima di luce e di freschezza. Era una febbre, un’impazienza senza nome: gli tardava di ritrovarsi là, nella stanza nota e favorevole, dove aveva passato il periodo più intenso di sua vita; gli tardava di rivedere gli amici, di stringere le loro mani nelle sue, di parlare, di discutere, di agire...

A capo alto e raggiante nel viso, Aurelio uscì nella via. Certo, egli si sarebbe sùbito diretto verso la redazione della Rivista, se non lo avesse trattenuto il pensiero che in quell’ora il luogo era deserto e la porta chiusa. «A domani!» si disse. «E questa notte stessa, al lavoro!»

Accese una sigaretta. S’incamminò a passi tardi lungo il Corso verso la piazza del Duomo. La notte autunnale era tepida, molle, attraversata appena da languidi moti di brezza. Su la città, già invasa dal sonno, si slargava un bel chiaro di luna, illustrando da un lato i prospetti delle case che parevan tutti di marmo, stendendo ampii tappeti d’ombra su i prospetti opposti dove tremolava timidamente la luce delle lampade elettriche. Nelle strade ogni animazione era cessata; qualche rara carrozza passava ancora a lunghi intervalli; pochi gruppi di viandanti macchiavano qua e là i lastrici, e le loro parole s’udivano distinte nel silenzio.

In quella gran pace il giovine procedeva assai a rilento. L’aria libera, gli effluvii sapidi della notte, lo spettacolo bianco e monumentale avevano a poco a poco temperato la sua prima febbrile eccitazione; gli avevano infuso nell’anima un senso di calma e di benessere. La mente, stanca del gran volo improvviso e concitato, languiva; il cuore non palpitava al soffio della più lieve memoria; egli guardava, ascoltava e s’obliava.

Come giunse alla svolta della via, una prodigiosa visione l’arrestò: la immensa mole del Duomo, circonfusa d’un’atmosfera di sogno, s’ergeva candida, delicata, chimerica su dall’ammasso nero delle case in ombra. Egli restò maravigliato ed estatico a contemplare il miracolo. Nel chiaror blando della luna, l’armonia della basilica appariva più limpida e più pura: i contorni tormentosi si fondevano, le linee troppo nette s’addolcivano, i rilievi sfumavano in una trasparenza semplice di velo. Quell’accordo audacissimo d’archi acuti, di sagome, di cuspidi, di fregi, di fiorami e di fogliami, di statue e di mostri, si rivelava nella sua vera luce, pallido in un pallore uniforme, incerto su un cielo a pena luminoso, etereo e vasto e lontano come il pensiero che l’aveva creato. Era un paesaggio fantastico campato nell’aria quello che si vedeva bianco là sopra le case oscure, una foresta d’alberi favolosi cresciuti al bacio come di qualche ignoto sole moribondo, un cimitero di mitici eroi segnato non dalle umili croci ma dai pinnacoli superbi raggianti in guisa di spade verso l’immutabile vanità degli spazii.

Una voce prossima trasse il giovine dalla sua contemplazione.