— Buona sera, Aurelio!
Egli si volse, non avendo riconosciuto la voce. Un giovine elegantissimo nel lungo soprabito aperto, che lasciava vedere l’ampio sparato della camicia e l’abito nero, si fermò, retrocedette di qualche passo, venendogli incontro.
— Oh, Vincenzo! — esclamò l’Imberido; e gli stese con un atto cordiale la mano.
Era il conte Sforza, quel cugino materno che era accorso a Cerro dopo la sua sciagura.
— A Milano, tu, di questi tempi? — soggiunse Aurelio, poi che l’altro lo guardava muto, sorridendo.
— Certo, a Milano; ma, grazie a Dio, per un giorno solamente. Domani mattina sarò di ritorno a Varese per le corse: ho i miei migliori cavalli iscritti, due nuovi superbi acquisti fatti nel mio ultimo viaggio a Parigi; ed ho anche una bella somma in gara.
Lo Sforza parlava piano, in dialetto, mordendo forte la erre, per vezzo non per difetto di pronuncia.
— Augurii di vittoria e di fortuna!
— Grazie, grazie! Ho buone speranze. Ma tu, tu che fai qui? — chiese il cugino a sua volta, cambiando tono, fissando con attenzione l’Imberido negli occhi.
— Nulla. Mi rattristo e mi annojo. Vorrei, dovrei mettermi presto al lavoro...