— Povero Aurelio! Capisco! La è dura! — esclamò l’altro, con accento di sincero rammarico. Aggiunse, dopo una pausa: — E pensare che tutto questo.... lo devi a tuo padre, che aveva le mani bucate come le mie!...
L’Imberido, non avendo afferrato sùbito il pensiero del cugino, ebbe un sussulto subitaneo e levò il capo orgogliosamente.
— Non m’hai compreso, — disse con la voce alquanto alterata. — Vorrei, dovrei lavorare; ma per distrarmi, per togliermi alle tristi memorie, per non essere ozioso e inutile....
Lo Sforza fece un gesto vago, indifferente, annuendo con il capo e abbassando gli occhi a terra.
Tacquero un poco entrambi.
— M’accompagni? — chiese l’altro in fine. — Vado in Monte Napoleone da donna Bice Ferrati. Sono scappato dalla Galleria per non farmi schiacciar le ossa... C’è una mezza rivoluzione stasera in Milano...
— Una mezza rivoluzione?
— Ma sì, le solite buffonate! Un branco di monellacci che urlano: «Evviva! Abbasso!», un nuvolo di guardie e di carabinieri, una fanfara che stona maledettamente, una folla di curiosi.... Per un po’, mi son divertito; ma poi la ressa cresceva, il clamore diveniva assordante, e ho pensato meglio di prendere il largo.
— È strano. Qui non si sente nulla.
— Ascolta! — interruppe lo Sforza, indicando la piazza del Duomo. — Non odi?