Egli stava per procedere, quando una raffica si precipitò nel nembo e lo squarciò. D’un tratto il preludio dell’inno garibaldino risonò forte e giojoso sotto la vólta dell’Arco che rimbombò lungamente: una macchia rossa, come il sangue d’una ferita, comparve alla superficie della massa e se ne staccò, avanzandosi verso di lui tra le grida e gli applausi della moltitudine.

L’Imberido si fermò in aspettazione del corteo. Ben presto la fanfara sanguigna, che riempiva l’aria di squilli guerreschi, avendo attraversato il braccio ombroso della piazza, lo raggiungeva all’inizio del Corso. Dietro a essa la folla si affrettava densa, innumerevole, slargandosi o restringendosi, con l’elasticità d’un mollusco, a seconda dei capricci della via. Turbe d’adolescenti quasi imberbi, pallidi, viziosi, dalle facce trasfigurate dall’entusiasmo; compagnie d’operai logori, tristi, incomposti, con le bocche dolenti e gli occhi febbrili; gruppi di fanciulli del popolo sbraitanti e sgattajolanti tra le gambe degli uomini; qualche viragine ossuta, qualche contento borghese sedizioso, qualche povero vecchio, fregiato il petto di medaglie — tutta questa gente s’accalcava e scorreva come trasportata da un turbine veloce, segnando con il passo il ritmo della marcia bellica, alzando a intervalli grida di minaccia o d’osanna nel silenzio della notte lunare.

— Evviva la Repubblica! Evviva la rivoluzione sociale!

— Morte agli sfruttatori del popolo!

— Morte al Governo!

— Evviva i fratelli di Romagna!

— Evviva il Socialismo!

Una, due voci proponevano il grido: cento, mille voci in coro subitaneamente rispondevano, voci acute o basse, rauche o squillanti, irate o festose, tutte dissimili e tutte discordi.

Aurelio, a ridosso contro il muro, doveva tenersi aggrappato allo spigolo d’una porta per non esser travolto dalla fiumana che l’investiva. I volti di tutti quegli uomini si presentavano a lui e s’occultavano, come in una tormentosa visione di dormiveglia: egli non poteva distinguer bene una sola di quelle fisonomie, e aveva l’impressione che si riproducessero di continuo, sempre le stesse, con i medesimi caratteri, con i tratti medesimi, passando e ripassando come fanno le comparse su un palcoscenico. A intervalli una qualche figura singolare, diversa dalle altre, lo attraeva maggiormente; ed egli l’accompagnava con gli sguardi fin che gli era possibile. Così notò un gigante fuligginoso, che pareva sbucato in quel momento da una fucina, e che, in vece di gridare, ululava in falsetto levando in alto il muso alla maniera dei cani gementi; notò un giovincello biondo, elegantissimo, che incedeva altero e taciturno, movendo continuamente il capo in atto d’approvare; notò un uomo vestito a nero, con il cappello floscio gittato indietro e l’aria affaccendata di un duce durante la battaglia, il quale si volgeva a destra e a sinistra per parlare con i vicini e poi si sollevava su la punta dei piedi come per abbracciar con lo sguardo l’imponenza del suo esercito. Anche a un certo punto parve a lui di riconoscere, lontano tra la folla, Giorgio Ugenti che, altissimo, emergeva con tutta la testa fuori dell’onda umana.

— Evviva la rivoluzione! Evviva la libertà!