— A morte i prepotenti!
— A morte i borghesi!
— Abbasso il Ministero!
Il corteo serpeggiante si sviluppava, interminabile; e lo schiamazzo cresceva, si dilatava, si ripercoteva contro le muraglie, pareva venir da ogni lato, come se la città tutta si fosse svegliata dal suo sonno e partecipasse al furore della sommossa. In alto, anche in alto si propagava lo strepito; molte vetrate, aperte con precipitazione, sbattevano violentemente e i colpi secchi rintronavan sul tumulto della via simili a scariche di fucili.
Passava ora d’innanzi all’Imberido, sempre fermo e attento al suo posto, una falange di giovinetti affatto imberbi, disposti in lunghe schiere rettilinee, procedenti in perfetto ordine come milizie in marcia. Alcuni tra essi portavano un fiore scarlatto all’occhiello; tutti, accurati nell’abito lindo e assai contegnosi, avevano un’espressione quasi estatica di fiducia e di serenità negli occhi ingenui e su le labbra sorridenti. Non gridavano nè vita nè morte; cantavano in coro, all’unisono, un inno lento e uniforme, e le loro voci, ancora immature, s’elevavano e s’abbassavano, forti nelle note alte e fievoli nelle profonde, dominando a volte il clamore e a volte perdendosi in questo come un susurro indistinto. Aurelio li riconobbe: erano studenti; era la Giovinezza illusa e irriflessiva, che portava il suo giocondo tributo alla ribellione e, piena di baldanza, credeva di avviarsi alla conquista della Felicità universale!
Ma dietro a essa il nembo s’oscurava novamente, e più che non mai dianzi. Il corteo dei dimostranti era finito, e sùbito in coda un secondo corteo incominciava, senza un intervallo, confuso e come riunito con il primo, più torbido, più romoroso e ben più minaccevole di questo: era la caterva infame dei miserabili, degli oziosi, dei vagabondi, dei malviventi, ch’erano accorsi al fragore della sommossa dai vicoli immondi, dalle taverne e dai postriboli, e la seguivano e la secondavano, solleticati da una bieca speranza di rapina e di saccheggio. Venivan essi fluttuando, a crocchi distinti e serrati, sudici, abjetti, striscianti, e diffondevano intorno un lezzo nauseabondo di vino, di tabacco e d’immondizie: giovini per la massima parte, alcuni giovinissimi, eran tutti abbigliati in fogge curiose, tutti lividi, con le occhiaje violacee, con le bocche infiammate, con le mani nere, con l’espressione obliqua di bestie rapaci e notturne.
— Morte ai borghesi!
— Evviva il Socialismo!
— Evviva la libertà!
Eran le stesse grida ch’essi proferivano; eran le stesse minacce e le stesse acclamazioni. Qualcuno tra costoro cercava anche d’intonare il medesimo inno lento e uniforme, che già più innanzi gli studenti cantavano. Ma nelle loro bocche le grida, accompagnate da sghignazzi beffardi, divenivan terribili; e l’inno di fratellanza, mescolato a motti e a gesti osceni, metteva i brividi della paura.