Incalzato dai bruti, Aurelio fu spinto violentemente nel vano della porta chiusa. Per alcuni minuti, per un secolo, rimase là prigioniero, stretto da ogni parte, assordato dallo schiamazzo, soffocato dalla calca e dalle esalazioni immonde. Il disgusto lo prese alla gola, l’eccitò a fuggire; egli cercò di farsi largo, di rompere la cerchia della moltitudine a forza di braccia, ma non gli fu possibile. Uno di quei vagabondi lo rigittò indietro con un urtone poderoso, urlandogli sul viso:
— Alla forca gli aristocratici! — e poi un’ingiuria turpe e scurrile, che sollevò le risa tra i compagni a lui d’intorno.
Un’esasperazione subitanea prese l’Imberido; una di quelle esasperazioni che offuscano la vista e fanno balenare nel vuoto imagini criminose. Lo sdegno a lungo compresso contro la torbida comedia della libertà; l’antico suo odio contro la plebe rozza e ignobile; il furore della vendetta, della punizione esemplare e istantanea: tutto si levò improvvisamente nel suo spirito ed egli non sentì più se non il cieco impulso alla percossa mortale. Divenne pallido come un cencio; e pure non osò, non fece un gesto, non rispose una parola. Comprese che costui era il più forte e che quei bruti avrebber potuto schiacciarlo senza che alcuno fosse accorso in suo ajuto; comprese ch’egli era nulla tra quel branco oscuro e inferocito; e stette immobile sotto l’offesa, come fosse legato con le corde a un palo d’infamia.
L’insultatore scomparve; altri, altri uomini biechi passarono d’avanti a lui gridando, sghignazzando, urtandolo, sfidandolo con gli occhi rapaci. Finalmente la ressa diminuì; i gruppi s’assottigliarono; apparvero i pennacchi rossi dei carabinieri, come fiammelle accese su l’onda tenebrosa della calca. Egli potè uscire dalla sua carcere e trovare una via di salvezza tra le ultime capannelle disperse e lo stuolo sbuffante e tintinnante delle guardie. Convulso, affranto e scorato, si diresse in corsa verso la piazza del Duomo, che appariva ora deserta, solenne, pacifica nel chiarore intenso della luna.
«Quella era la Folla! Quello era il nemico!... Ohimè, come vincere un tal nemico? Con quali mezzi? Come respingere nel suo corso il torrente che precipita? Come, come rivolgersi da solo all’uno e all’altro, aprire con le sue sole povere mani tutti gli occhi che sono ciechi, farsi intendere con la sua sola esile voce da tutti gli orecchi che sono sordi?» Era inutile ogni sforzo, pazzo ogni tentativo, miseranda ogni illusione! La Folla era sovrana; correva, travolgeva, calpestava, annientava ogni ostacolo sul suo passaggio. L’Idra vorace e scatenata stava per inghiottire nelle sue fauci innumerevoli ogni cosa grande e nobile e bella, ogni idealità, ogni tradizione, ogni fede. E nessuno, nessuno al mondo era in grado di contenderglielo, poiché nessuno, che non fosse un Dio, poteva rimetterle le catene e rigittarla vinta e umiliata nella sua gabbia.
Che valeva omai l’individuo di fronte alla massa? Egli era un voto, contro mille e mille voti; era una voce, contro mille e mille voci; era un’unità contro una pluralità senza numero. Due di quei malviventi, pur che sapessero scombiccherare il loro nome, pesavano più di lui su la bilancia della Democrazia. Uno di quei fanatici, senza ingegno e senza cuore, poteva con poche parole insensate sollevare la moltitudine e dirigerla a suo mal talento; egli con tutta la sua eloquenza, con tutta la sua dottrina non sarebbe riuscito a convincerne una minima parte, ad arrestarla per un solo attimo nel suo cammino. — O esaltare i diritti sconfinati del nuovo Despota, o cadere irremissibilmente sotto la sua condanna.
Aurelio si risovvenne in quel punto di suo cugino; si risovvenne delle amare riflessioni ch’egli aveva fatte pocanzi intorno a quei nobili oziosi, scettici, senz’ambizioni e senza idealità, non ad altro occupati se non a ricercare il Piacere. «Non hanno essi forse ragione?» egli si domandò. «Che cosa potrebbero fare? Che cosa dovrebbero fare?... Il loro crepuscolo precipita; la notte incombe fatale sopra di loro; ed essi la aspettano stoicamente, ridendo in faccia alla morte, aggradendo con raffinata cortesia gli ultimi favori della loro fortuna fuggente. Non sono essi mirabili in questa loro indifferenza ai capricci del destino come in quel loro indistruttibile amore per la Vita e pe’ suoi godimenti? Non sono essi mille volte più lodevoli che se scendessero in campo, irosi e meschini, a difendere i loro privilegi, sollecitando vanamente i suffragi popolari, predicando al deserto le loro teorie antiquate, misurandosi tra i fischi nelle assemblee con gli avversarii acclamati e portati alle stelle?»
Aurelio era giunto senz’accorgersi in mezzo alla piazza del Duomo: si fermò, incerto. L’apatia desolata di quei giorni l’aveva ripreso; ed egli, riudendo da lontano gli squilli delle fanfare e il gridìo della folla, sorrise mestamente, come già dalla sua finestra, mentre il sole esulava su i fastigi delle case, aveva mestamente sorriso della smania di lavoro che affaccendava gli uomini laggiù, nella via. «Perchè lavorare? Perchè agitarsi, così? Perchè soffrire e appassionarsi? Si muore, e questa vita triste e precaria non vale che si soffra un’ora pe’ suoi destini.»
Egli si guardò d’intorno. La luna colma spaziava alta, quasi alla sommità del cielo immacolato. Il Duomo, avvolto dai raggi, era bianco e fantastico come una di quelle montagne di ghiaccio che navigano nei mari polari. Milano di nuovo s’assopiva, nel silenzio. L’aria commossa odorava d’aperta campagna.
«Ritorna, ritorna presto!» disse una voce sommessa nel cuore del giovine. «Ritorna, ritorna presto!» Il saluto di Flavia ricantò in lui, accorso dagli orizzonti delle sue memorie in quell’ora di supremo accasciamento. — Dov’era dunque Flavia? Che faceva? A che pensava? Perchè, perchè non aveva risposto all’ultima sua lettera? Non l’aspettava forse più? Incominciava a dimenticarlo?... Oh, se l’avesse avuta al suo fianco in quel momento! Se avesse potuto sentir nella sua la mano di lei, come nei lugubri giorni al letto della morente!...