Un’altra volta, dopo una pausa, la campana batte la stessa ora con uguale lentezza. Ahi, quanto scorre tardo il tempo nell’aspettazione! L’uomo non ha un gesto d’impazienza; ma i suoi occhi, sempre fissi, lampeggiano e il suo petto si gonfia a un respiro profondo. Sul suo pallido viso, rischiarato dal plenilunio, è impressa un’ansietà mortale: forse, egli pensa che ogni attimo scoccato è un attimo perduto in eterno per la Felicità che egli aspetta.... Ed è veramente un’apportatrice di Felicità, ch’egli aspetta là, al sommo della scalea; un’apportatrice fragile e segreta, che gli correrà incontro tremando, ansimando, paventando come lui a traverso i misteri della notte. «Se non venisse?..» si domanda a ogni tratto il giovine, mentre i suoi sguardi non si stancano d’interrogare le tenebre dell’andito, sempre chiuse e sempre avare. «Se non venisse?!...» Ogni volta, la richiesta dubbiosa apre nella sua anima abissi senza fondo. Ogni volta, per soffocarla, egli deve riandare le memorie di quel giorno e ripetere a sè stesso le parole precise che stabilirono il convegno. — È stato dopo il pranzo, sul rialto. Parecchie persone vi stavan raccolte, gli ospiti dei vicini, per la più parte a lui sconosciuti; e l’ebreo era tra questi e guardava a tratti lui o la fanciulla, con aria sospettosa. Essi parlavan piano, di cose indifferenti, in un angolo, presso il sedile di pietra infisso nel muro. Egli era calmo, quasi felice: aveva dimenticato i mutamenti terribili ch’eran sopravvenuti; credeva che tutto fosse come per il passato, e aveva quasi la coscienza che la povera nonna fosse presente. La sera scendeva in fatti tepida e mite, tra i noti rossori del cielo sopra le Alpi; l’odor di pesci e d’alghe fracide saliva blandamente dal lago, odore acre ma pieno di soavi rimembranze per lui; le vacche traballanti, le pecore mute, i pescatori tardivi passarono su lo spiazzo d’avanti a loro nell’ordine consueto, come ogni sera, un tempo. Ed egli d’improvviso la interrogò: — Perchè non hai risposto all’ultima mia lettera? — (È la domanda che l’aveva torturato durante tutta la notte, durante tutto il viaggio, la domanda che in vano aveva cercato di rivolgerle sùbito, al suo arrivo, nel salutarla). Ella è impallidita, s’è turbata, s’è guardata d’intorno timorosa come se qualcuno li dovesse spiare. — È impossibile che ti risponda, qui, — ha detto in fretta, con visibile concitazione, così piano che a stento egli la udì. E poi, dopo un silenzio, in cui parve profondamente riflettere: — Tròvati stanotte in giardino. Quando tutti si saràn ritirati, io verrò. Aspettami. Ci parleremo.

Queste sono state le sue precise parole. Il giovine ricorda persino il suono basso e un po’ rôco della voce e il tremito continuo, che agitava le belle labbra nel proferirle. Oh, sopra tutto quelle labbra egli ricorda, egli rivede d’innanzi a sè in imagine allucinante.... quelle tumide e fresche labbra, su cui le più semplici parole acquistano il valore d’una rivelazione o d’un enimma!

Ella gli ha dato convegno in quel luogo; ella non può mancare.

Ma il tempo fluisce, e nulla si muta nel parco deserto e silenzioso: le statue stendon sempre, infaticabilmente, le braccia mutilate a un fantasma increato, ed egli fissa sempre, infaticabilmente, gli sguardi alle tenebre dell’andito, dove la sua accesa imaginazione dipinge talvolta il gesto repentino d’un altro vano fantasma!... Tormento fiero dell’attesa, in cui la mente si perde nelle ipotesi più assurde e i sensi troppo vigili riempion l’anima d’illusioni e di delusioni fulminee!

La campana da presso, a tocchi lenti come per un’agonia, batte l’ora successiva, e poi si tace.

L’aspettante di sbalzo si solleva ritto in piedi: il dubbio si ripete più forte dentro di lui e l’impazienza si fa manifesta. «Se non venisse?... Dio, se non venisse!...» Il suo cuore non regge più all’ansietà che lo sprona; i suoi polsi hanno palpiti affrettati e sonori come in un accesso di alta febbre. Un solo pensiero lo tiene, un solo pensiero lo tormenta: ch’ella possa mancare. E non mai una possibilità in vita gli ha dato un’ambascia e un’inquietudine maggiori! Egli ha la certezza assoluta, limpida, evidente che senza lei quella notte non debba avere un termine.

E la solitudine incomincia già a turbarlo, e quella luce uniformemente bianca lo agghiaccia, e le apparenze irreali che lo avvolgono nel loro incantesimo, infondono in lui a poco a poco una strana temenza superstiziosa.

Allora tutto il suo essere si scioglie in un’invocazione suprema: «O Flavia, vieni, vieni! Non farmi soffrire così; non prolungare oltre questo mio supplizio!... Come, come ti desidero!... M’intendi? Voglio vederti, parlarti, accarezzarti: vieni! Voglio morire a’ tuoi piedi di tenerezza e di passione! Vieni, anima, vieni!» E, con uno sforzo cerebrale a lungo insostenibile, egli lancia le parole infocate nel vuoto, lontano lontano, oltre le cose presenti, oltre la massa nera che chiude e adombra il parco laggiù, come se l’assente dovesse raccoglierle per qualche occulto senso e commuoversi e accorrere affascinata al suo richiamo.

È un abbaglio?... Uno scalpiccìo lievissimo s’ode ora nell’andito.... Qualche cosa si muove veramente sotto la grotta tenebrosa, che mette in comunicazione il giardino con il cortile del palazzo. Non è più un abbaglio; no, no, no, non è più un’illusione!... Una figura alta e velata di donna appare su la soglia del pertugio e si ferma un attimo sospesa, forse maravigliata dal superbo spettacolo notturno.

Il giovine si scuote, accenna con un braccio dall’alto.